|
“La Resurrezione di Lazzaro” di Carmelo Zimatore
La Chiesa Matrice di Polistena, edificio sacro dalle grandiose forme barocche, fondato in età rinascimentale e crollato con il terremoto del 1783, subito rifatto ed ampliato nel 1852 e restaurato e decorato nel 1884, si può considerare uno scrigno colmo di opere d’arte in pittura, scultura, lavori in ebanisteria e tante altre opere veramente degne di nota. Questa volta vogliamo proporre all’attenzione dei fedeli che frequentano la nostra chiesa un dipinto che, nella nostra modesta opinione, è uno dei capolavori di cui la Chiesa Matrice e Polistena si possono vantare: la “Resurrezione di Lazzaro”, di Carmelo Zimatore, pittore di Pizzo Calabro. Nei miei ricordi di ragazzo la cosa che più si è impressa nella mia mente e nella mia immaginazione, riguardo alla nostra Chiesa Matrice, è questo grande dipinto che campeggia al centro dell’artistico e grandioso soffitto centrale a cassettoni dorati della navata centrale. La prima volta che lo vidi rimasi incantato e affascinato da quell’immagine, dal movimento, dai colori e, dopo l’appassionata e commovente spiegazione di mio padre, da quello che era stato uno dei miracoli più staordinari che Gesù aveva compiuto durante la sua vita pubblica.
Da allora, ogni volta che entravo nella chiesa Matrice (e tuttora) non potevo fare a meno di fermarmi ad osservarlo, gustando l’atmosfera che si respira nel dipinto, religiosamente assorto, immergendomi completamente e sentendomi quasi partecipe, diventando uno degli astanti, uno degli spettatori del clamoroso e soprannaturale avvenimento, quasi attento a non farmi travolgere dalle persone che variamente esprimono il loro stupore per un miracolo così grande, un morto che dopo tre giorni viene fuori dal suo sepolcro ad un semplice ma autorevole comando di Gesù: “Lazzaro, vieni fuori!”. E’ una magnifica giornata di sole abbagliante, dalle ombre proiettate sul terreno si direbbero le prime ore del pomeriggio, il cielo è azzurro e Gerusalemme, che si vede in lontananza, giace adagiata sulla collina alle spalle, in tutta la sua maestosità di città santa. Nel primo piano Gesù occupa il punto centrale della scena, il braccio destro disteso, la sua mano alzata e leggermente dischiusa, l’indice puntato verso il sepolcro da dove Lazzaro è appena uscito, gli occhi negli occhi del suo amico che con il colorito ancora terreo, avanza, avvolto in un bianco sudario, ancora incredulo per ciò che gli è accaduto. Gli occhi di tutti gli astanti guardano attoniti quell’uomo, da tre giorni deposto nel sepolcro e che ora è vivo e procede lentamente verso di loro. Hanno deriso “il maestro” fino a qualche istante prima e l’hanno seguito fino a quella tomba solo per farsi ancora beffe di lui quando avrebbe dovuto ritornarsene indietro, ammettendo, umiliato, che niente poteva contro la morte. Ora i tre uomini in primo piano, che hanno fatto rotolare la grande pietra che chiude l’apertura del sepolcro, fuggono terrorizzati, nascondendo il viso e riparandosi con la mano. Una donna, in basso a destra, è caduta in ginocchio e osserva con la bocca aperta e gli occhi spalancati per lo stupore, con il bambino che le si stringe addosso e che guarda con la coda dell’occhio ciò che nella sua innocenza non riesce completamente a capire. Marta, la più passionale delle sorelle, caduta in ginocchio, spalanca le braccia per stringere colui che credeva perduto per sempre, mentre Pietro si slancia per trattenerla, non sa neanche lui bene perché. Maria, invece, è ai piedi del maestro con le mani giunte in un estremo atto di fede e di riconoscenza.
Dietro, la folla, varia e colorata, manifesta i propri sentimenti in tanti modi diversi: qualcuno spinge per vedere meglio, un vecchio, appoggiato al suo bastone, si tiene la fronte con la mano, sbigottito, un uomo alza le braccia verso il cielo e grida tutta la sua gioia, rendendo grazie a Dio. Nelle ultime file qualcuno ha alzato sulle spalle il proprio bambino per farlo partecipare a quanto sta accadendo e fargli ricordare quegli attimi strabilianti e prodigiosi. Gesù è imperturbabile nella sua divina maestà, calmo, dopo aver pianto per il suo amico, sicuro che il Padre gli avrebbe accordato qualunque cosa gli avesse chiesto. Quei momenti sublimi sono fissati per sempre nella tela dal talento e dai colori brillanti di un artista che non aveva solamente una grande sensibilità artistica ma anche umana e religiosa e possedeva una profonda conoscenza dell’animo umano e della sua psicologia. Tante cose ci sarebbero da dire e scrivere su di lui ma, in sintesi, era questi Carmelo Zimatore, pittore di Pizzo, nostro conterraneo che, tra l’Ottocento e il Novecento, visse e operò nella sua terra, disseminando nelle chiese della “sua” e della “nostra” bella e sfortunata Calabria opere di grande spessore artistico, che riescono ancora a suscitare, in chi le osservi con grande amore ed attenzione, forti sentimenti ed intense elevate emozioni.
STELLARIO BELNAVA
PITTORI POLISTENESI ALLA RIBALTA
L’ARTE PITTORICA DI LUCIANO TIGANI NEL GIUDIZIO DEL CRITICO D’ARTE ANDREA DIPRE’
Con l'idea del moderno si è rinunciato ad essere esigenti e non si distinguono più i valori della qualità. Ma a me è rimasta una reazione spontanea: nessuna ideologia, nessun pregiudizio mi vela lo sguardo, mi impedisce di parlare. Per questo voglio ora riferire di Luciano Tigani. Di persona, come nelle sue opere, questo sensibilissimo artista mostra di non aver mai dubitato del carattere autentico della pittura. Egli non è affatto polemico contro il Modernismo e le post-avanguardie perchè non si pone neppure il problema della loro esistenza, non ha dubbi sul fatto che ci sia un solo modo di fare pittura. Per lui la pittura non ha tendenza, è un linguaggio che consente di esprimere affetti, emozioni, pensieri. Solitario di fronte alla natura, Tigani di Polistena rispecchia nelle sue vedute paniche una condizione interiore. L'appartenente oggettività della visione, immobile, l'esecuzione impeccabile, sono fattori che richiedono riflessione, che ci fanno, pur lentamente e coscientemente, entrare nel suo cuore. I paesaggi sono stati d'animo. Luciano Tigani sa che la sua funzione in questo mondo è di essere una creatura veggente e vibrante, uno strumento così tenero e così sensitivo, che nessuna ombra, nessun colore, nessuna linea, nessuna espressione evanescente e fuggitiva degli oggetti visibili che gli stanno attorno, nessuna emozione che essi sappiano comunicare allo spirito che gli è stato dato, possa essere dimenticata o sbiadita nel libro della memoria. Sa che il suo compito non è di pensare, di giudicare, di argomentare e di conoscere. Nessuna di queste cose è fatta per lui, la sua vita non ha che due scopi: vedere e sentire. Non c'è dunque animazione nelle vedute di Tigani, la vita è nelle sue immagini come un'essenza remota. Anche parlare di "vedute" è improprio. Nei suoi lavori manca infatti la sensazione di cosa descritta sul momento perchè egli sente l'infinità della natura e cattura immagini di una composta desolazione che non sembrano più nemmeno ricordare la presenza dell'uomo. La sua è una dichiarazione di guerra contro il tempo: i suoi miracoli del visibile escono dall'ombra, sono forme che crescono dall'indistinto. L'arte è memoria e la bellezza è incorruttibile, è un'apparizione, un lampo nel buio. Tutto sale nella sfera privilegiata dell'arte di Tigani che purifica le scorie dell'apparenza in favore di una durevole e incorruttibile sostanza senza che ci sia il minimo compiacimento concettuale perchè in lui è sempre lo spirito della composizione che prevale anche quando la pittura si ribalta tutta in superficie, attraverso uniformi campiture di colore, libere di ogni aspirazione mimetica. Tanto può lo stupore dell'arte, a tanto può spingersi la pratica sublime della pittura di Tigani che, per questa ambiziosa via di verità, intraprende un viaggio d'infinita seduzione proprio per le zone più occulte della sensibilità, nella caccia pionieristica ed intrepida a misteri che, cercando, fatalmente si trovano. L'artista sembra registrare quasi passivamente le sensazioni più immediate delle proprie folgorazioni luminose; ma l'istinto è subito riportato all'ordine della forma, che è un riflesso dell'ordine della mente. All'arte egli da soddisfazione: sa che c'è un punto di equilibrio tra epos e lirica, tra capacità di raccontare e emozione interiore. Così, con estrema naturalezza ed impiegando tesori di elevatissimo talento, Luciano Tigani ha toccato quel punto, riuscendo a sognare il reale dentro la materia della pittura.
Andrea Diprè
RIFLESSI

CAMPO DI GRANO

CAMPAGNA FIORITA

CAMIGLIATELLO

CASOLARE

BARCHE ALLA MARINELLA
CAMPAGNA INEVATA
LUCIANO TIGANI RISIEDE A POLISTENA
CON SITO www.lucianotigani.com

I CONCERTI SELL'ASSOCIAZIONE AMICI DELLA MUSICA "N. A. MANFROCE- PALMI
IL PITTORE ANTONIO CERRA, PALMESE DI ADOZIONE
Antonio Cerra è nato a Lamezia Terme il 1943. Trascorre l’infanzia e la giovinezza a Palmi e non potendo frequentare scuole ad indirizzo artistico è costretto a studiare ragioneria diplomandosi nel 1963.
Successivamente si iscriverà alla Università di Messina nella Facoltà di Economia e Commercio. Fin dall’adolescenza, avendo attitudine al disegno, frequenta lo studio dello zio Felice Cerra, pittore e decoratore, presso il quale affina tale predisposizione e riceve lezioni di pittura, applicandosi nell’esecuzione di copie di grandi Maestri.
A Palmi allestisce con successo di critica e pubblico Mostre Personali e partecipa a Collettive collaborando anche ad importanti iniziative del Comune e della Pro-Loco per la realizzazione di eventi culturali.
Frequenta lo studio del pittore Andrea Cicala con il quale condivide la passione per la musica e riceve lezioni di intaglio su legno dallo scultore Giuseppe Cotugno.
Nel 1969 consegue a Roma il diploma di disegnatore: esegue delle scenografie, realizza illustrazioni e si specializza nel disegno botanico e naturalista.
Nel 1970 si trasferisce definitivamente a Firenze e lavora come disegnatore presso l’Istituto Geografico Militare.
Grazie alla mediazione del pittore carmelitano Padre Angelico Spinillo stringe amicizia con il Maestro Pietro Annigoni (impegnato negli Affreschi presso il Convento di San Marco a Firenze) di cui frequenta lo studio, ricevendo lezioni di disegno e traendo suggerimenti e consigli sull’applicazione di antiche tecniche pittoriche.
Dal 2002 al 2005 frequenta numerosi corsi che arricchiscono la già ampia formazione artistica:
Frequenta la scuola della “ Bottega del bonfresco” diretta dai pittori Massimo Callossi, Luigi Falai e Mario Passavanti, segue corsi di incisione della Scuola Internazionale di Grafica “ Il Bisonte” sotto la guida del prof. Manuel Ortega.
Ha partecipato a numerose collettive in Italia e all’estero allestendo mostre personali in svariate città, conseguendo significativi riconoscimenti e premi di rilievo.
Esperto conoscitore di tecniche, si dedica con profusione al disegno e al pastello; spazia dalla grafica incisoria (vasta è l’opera di acquafortista) alla pittura ad olio su tela e su tavola; pratica l’affresco e lo strappo d’affresco, realizza vetrate e da anni realizza importanti opere monumentali su commissione d’arte sacra.
Ha realizzato le seguente opere:
- Chiesa San Lorenzo di Ponte a Greve-Firenze: Deposizione (olio su tavola), San Francesco (olio su tavola, San Giovanni Battista (lio su tavola), Padre Pio (olio su tavola) , Crocifisso (disegno a carboncino), Natività (tempera su tela), Eucarestia (pastello su cartone );
- Curia Arcivescovile di Firenze: Crocifisso (tecnica mista su tavola), ritratto di Papa Giovanni Paolo II (disegno a sanguigna su carta);
- Santuario di Santa Maria Goretti – Corinaldo (Ancona): Santa Maria Goretti (tempera all’uovo su tavola);
- Chiesa del SS.Crocifisso – Palmi (Reggio Calabria) : Annunciazione (olio su tela);
- Chiesa di Carinola – Caserta : Assunta (olio su tela);
- Chiesa Madre San Nicola di Mira – Trebisacce (Cosenza): quattro vetrate artistiche per l’altare maggiore (Addolorata, S.Giovanni Evangelista, Angeli), sei vetrate che rappresentano i sacramenti, studi, disegni e bozzetti per le vetrate – “SS. Trinità” (olio su tavola);
- Comune di Scandicci – San Zanobi (pastello su cartone):
- Casa della cultura di Varazze (Savona) – ritratto di Francesco Cilea (sanguigna, grafite, incisione);
- Comune di Firenze – Tabernacolo (tempera murale);
Ha eseguito numerosi ritratti, tra cui quello del poeta Mario Luzi, dell’attore Roberto Benigni (pubblicati dal critico e direttore artistico della Galleria comunale d’arte moderna e contemporanea di Arezzo, Giovanni Faccenda, sulla rivista “Firenze Noi”, quello del pittore Pietro Annigoni, del pittore Dino Migliorini, del Presidente del Senato Senatore Lamberto Dini.
Ha inoltre completato una serie di acquerelli sulle città italiane e sui paesaggi toscani.
visita anche il sito www.antoniocerra.it
ANTONIO CERRA: PITTORE e GRAFICO di Gabriella Incerpi
Viene spontaneo, a chi guardi l’opera grafica e pittorica di Antonio Cerra, ammirarne innanzitutto le grandi capacità disegnative e la perizia con la quale padroneggia tecniche artistiche di antica tradizione: dalla tempera all’uovo all’affresco, dalla morbida incisione a cera molle alla sottile esattezza della grafite. Una capacità di resa della realtà nitida e dettagliata, degna dei maestri del passato.
Il percorso che lo ha portato a tali livelli esecutivi ed espressivi è semplificato dalle opere qui presentate, che mi sembra contengano, pur nella loro diversità, una cifra stilistica comune.
Frutto degli studi giovanili a Palmi, la “Ragazza che legge”, olio del 1967, mostra già buona padronanza della forma mentre una resa pittorica quasi impressionistica ne esalta la luminosità solare, con una particolare attenzione al riverbero filtrato della penombra.
Una analoga ricerca delle trasparenze della luce è presente in “Bugie”, disegno del 1986. Ma nel corso di un ventennio l’esperienza romana, il trasferimento a Firenze e soprattutto l’amicizia con Pietro Annigoni, hanno portato ad Antonio Cerra una sicura conoscenza del disegno ed una esattezza nella resa del reale che si esalta, nel bianco e nero, attraverso l’accostamento fra il nitore delle parti eseguite a grafite ed i più contrasti effetti del carboncino.
Caratteristiche che troviamo in “Gallo” ed altri studi dello stesso periodo, memori forse della specializzazione in disegno naturalista e nella resa pittorica sapientemente controllata ed essenziale di “Arance”olio del 1984. Mentre in “Marina di Palmi”, del 2005, i colori del sud acquistano il levigato splendore delle antiche tempere toscane.
Negli anni seguenti l’artista prosegue con passione le sue ricerche sui mezzi espressivi e sperimenta nuove tecniche: l’affresco che richiede una realizzazione sicura e veloce, l’incisione il cui tratto si sgrana nella cera molle.
In “Contemplazione”,che riprende nel 2004 a sanguigna e brace il tema di “Bugie”,il segno è ormai sapientemente sciolto e contrastato e rende la penombra più inquieta.
Una sicurezza ed una libertà espressiva pienamente espressa nella bella serie di teste, ancora a sanguigna, di questi ultimi anni, da “Gitana” a “Dino” e nei ritratti per i quali è giustamente noto, dove l’acuta osservazione dei tratti individuali si accompagna ad un rigore formale che rimanda alla migliore tradizione figurativa italiana.
Il predominante interesse per la figura è d’altronde confermato dalla copiosa ed impegnativa produzione di opere a soggetto sacro, dalle pale d’altare alle vetrate istoriate, che evidenziano ancora una volta le sue capacità disegnative ed un sicuro senso compositivo, anche nelle grandi dimensioni. Una menzione meritano infine i soggetti floreali, dal botanico “Iris” all’affresco “Fiori di campo” con i suoi fiammeggianti papaveri e le recenti nature morte a pastelli, in cui con straordinario equilibrio e padronanza del mezzo tecnico vengono resi cromatismo e forma di oggetti quotidiani ed elementi naturali, luminosi riflessi e lievi ombre portate.
|