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CALABRESI ILLUSTRI
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MICHELANGELO RUSSO, SCULTORE POLISTENESE DIMENTICATO
di Giovanni Russo
Alla schiera di giovani aspiranti pittori, scultori, musicisti ed artisti in genere (Domenico e Vincenzo Morano, Giovan Battista e Michele Valensise, Luigi e Giuseppe Albanese di Domenico, Antonino Pagano, Fortunato Grio, Luigi Prenestino, Angelo Riolo ed altri) buona parte dei quali, nel corso della prima metà dell’800, lasciarono la natìa Polistena per recarsi a Napoli, capitale del Regno e capitale culturale, ad apprendere ogni nozione tecnica ed ogni fondamento delle specifiche discipline artistiche, si unì anche quel dimenticato Michelangelo Russo al quale abbiamo dedicato non poca attenzione, nel corso delle nostre ricerche, al fine di poter ricostruire esaurientemente, qualche giorno, una specifica monografia corredata, oltre che da documenti, per la verità numerosi, anche da illustrazioniVuoi per il rapporto di parentela, vuoi per l’affetto e l’esigenza di rivalutare o meglio far conoscere un ulteriore obliato artista polistenese, abbiamo ritenuto utile proporre ai lettori di questo importante settimanale dell’amico Gianfranco Sofia, al quale esprimiamo tutta la nostra gratitudine e solidarietà, qualche breve notizia corredata da documenti da noi scovati.
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Michelangelo Russo: Amor Materno, scultura conservata presso la Regia di Caserta |
Del Russo, tranne qualche accenno tramandatoci da Monsignor Domenico Valensise, dal Canonico Pasquale Calcaterra e da Alfonso Frangipane, non restano se non poche, inutili o, addirittura, “pappagallesche” citazioni di altra gente da cui, in verità, ben poco ci aspettavamo nel caso specifico. Nato a Polistena (non sappiamo, al momento, se l’11.10.1817 o se nel 1824, per cui rinviamo tale notizia ad altra pubblicazione), e rimasto orfano di padre e di madre, a 18 anni in circa partì alla volta di Napoli. Attraverso due carteggi che si conservano presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria, siamo riusciti a conoscere qualche notizia particolareggiata, specie dell’avventurosa partenza da Polistena. Egli, infatti, una volta arrivato a Napoli, si era dapprima presentato presso un suo benefico concittadino che noi crediamo possa essere stato Francesco Rocca, e poi si era rivolto all’allora Ministro della Real Segreteria di Stato degli Affari Interni, Sua Eccellenza Nicola Santangelo che, valutando le doti e lo stato di miseria del Russo, non mancò d’interessamenti ed incoraggiamenti. Il primo approccio con Ministro Santangelo lo rileviamo direttamente da una prima istanza prodotta dal Russo, nella quale così supplicava: “Eccellenza, Michelangelo Russo di Polistena in Provincia di Calabria Ultra 1., orfano di padre e di madre, di anni 18 in circa, spinto da irresistibile inclinazione all’arte della statuaria, ed obbligato dalla miseria, co’ propri piedi, si è recato in Napoli per dedicarsi, nella ferma fiducia di ritrovar qualche aiuto nel potente patrocinio di V.E. che sì altamente accorda ad ogni ramo dello scibile, ed in particolar modo alle arti sorelle. Nel rivolgersi però il supplicante all’E.V. accompagna la sua fervente preghiera con un piccolo saggio della sua disposizione alla scultura in alcuni modelletti in terra cruda e cotta: quali gliel’ha inspirati il suo rozzo intendimento, e senz’alcun principio di disegno: essi sono indegni di sostenere lo sguardo peritissimo di V.E.; ma la loro semplicità e rozzezza, forse, muoveranno più che opgni altra parola il cuore filantropico e sensibile dell’E.V. a prò del loro autore il quale si crederà il più fortunato sulla terra se potrà ottenere tanto da studiare quell’arte che forma l’unica sua brama...”.
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Particolare di Amor Materno | La sua partenza per Napoli, che era avvenuta nel Novembre del 1841, non era stata priva di difficoltà, come traspare da altra sua istanza del 12 Giugno del 1843, indirizzata sempre al Ministro di cui sopra, nella quale il Russo, nella speranza di poter ottenere il rimborso delle spese sostenute due anni prima, così si esprimeva: “...avvinto dall’estremo bisogno, e per naturale pendìo dai primi suoi anni trasportato per la scultura, ha risoluto riunire il pochissimo che avea, e tutto confidando nella Divina Provvidenza, nel Novembre del 1841 si è recato nella Capitale per mezzo del vapore. Imperito nel viaggiare si portò con due vetture in Tropea, una per sè e l’altra per due cassette con malconci abiti, usata biancheria ed un trapunto per riposarsi. Arrivato in Tropea, una fiata pel ritardo del vapore, ed un’altra per non aver potuto questo approdare a causa di forte temporale, è stato obbligato l’Oratore rimanersi in locanda, e quivi vittare e dormire per 16 giorni, dopo i quali pel vapore fu condotto in Napoli. De’ ducati trenta unico peculio del Supplicante rimanevangli pochi carlini. Ma la Provvidenza permise primamente che da benefico paesano fosse accolto: e di poi dispose in maniera le cose, che tra benefattori vi fosse un Padre, un mecenate, un Genio Tutelare per sottrarlo dal nulla e proteggerlo, qual’è stata l’E.V. estimatrice delle scienze, delle Arti Belle, e di tutti coloro, i quali abbenchè infelici, promettono con l’incessante studio e fatica distinguersi. Ed invero dopo alcuni saggi in creta sommessi all’alto sapere di V.E., fra le prodigazioni, gli ha accordato la pensione di ducati dieci al mese sul fondo provinciale, raccomandandolo pure ferventemente al degno D. Tito Angelini: il quale nell’ammaestrarlo non curando mezzi e fatica, pose nel tenue ingegno dell’Oratore i primi sensi positivi della statuaria. Intanto malgrado un vivere meschino, i bisogni s’accrescon alla giornata, e le privazioni son tali che non sembra possibile enumerarli: il tempo tutto ha logorato, biancheria, abiti e trapunto, ed obblighi ha contratto. Sperava il supplicante qualche risorsa e non essere al caso d’infastidire l’E.V. con la nota delle spese erogate pel viaggio, come altri fecero ed ottennero. Ma confuso e pieno di rispetto e fiducia, è costretto l’Oratore dalla, umilmente supplicare l’E.V. avere questa volta la degnazione di esaudirlo, benignandosi disporre che tal nota di spese qui acclusa, gli venghi soddisfatta, onde riparare alle attuali emergenze, che minacciangli naufragio. Tutto si augura felice dall’innata bontà di V.E. e l’avrà ut Deus”. Il Ministro Santangelo, alle suppliche del Russo, rispose accordandogli tutto l’appoggio e la stima, racomandandolo più volte all’Intendente della 1^ Calabria Ultra con varie lettere che gli consentirono di beneficiare di una pensione continua di ducati 10 e la permanenza nel Real Albergo dei Poveri di Napoli fino al 1859, sui fondi comunali e provinciali. Gli insegnamenti del Maestro Tito Angelini non tardarono a dare i primi frutti ed il giovane artista, dopo non più di un anno di studio nella scultura, meritò il primo premio d’argento nella Mostra di Belle Arti del 1843, ove il Russo presentò tre opere: una “testa colossale di Lucio Vero”; la “Morte di Ajace Telamonio” (gesso); nonchè un “gruppo di due putti”. Nella stessa mostra furono, inoltre, premiati i polistenesi Domenico Morano con medaglia d’oro per l’opera “Erodiade” e Giovan Battista Valensise per il quadro raffigurante “Saffo”. Nella Mostra Borbonica di Belle Arti del 1855, il Russo, alunno del Reale Istituto di Belle Arti, presentò l’opera “Amor materno”, gruppo in gesso di naturale grandezza che il Bozzelli, autorevole critico d’arte dell’epoca, così la recensì: “Il saper cogliere un avvenimento storico o tradizionale dal più fecondo dè suoi aspetti, e ritrarlo pieno di vita e di bellezza sulla tela o sul marmo, è già una gloria che niuno sarà mai oso di contendere all’arte. Ma il fare altrettanto per un semplice affetto, il quale ben altro che ricongiungersi ad alcun drammatico tessuto, si perde fra gl’impenetrabili misteri di una preordinata e provvida natura, è questo uno sforzo d’ingegno che terrà sempre del prodigio. Una giovine donna di avvenenti sembianze, la quale assisa modestamente nel silenzio dè suoi domestici lari, sostiene in grembo un leggiadro figliuolino, soavemente immerso nel sonno dell’innocenza; e mentre dell’un braccio succinto ella gli regge affettuosamente il capo, alza con l’altro un breve lembo dè pannolini ond’esso è coverto, per vagheggiare a sua posta le nude incantevoli forme...ecco il gruppo, tutto ingenuità e tutto amore, che l’abile artista si piacque di offrirci allo sguardo. Dalle placide ciglia ch’ella tiene mollemente abbassate e fitte verso l’assopito fanciullo, non sembrando vivere, non sembrando sentire che in quella cara emanazione della sua propria esistenza, si effonde l’alito di una tenerezza serena, profonda, incomparabile, che parla eloquente a tutte le viscere umane: al solo rimirarlo, ella si è già fatta immemore dei durati affanni per metterlo alla luce; e nel trionfo della gioia sul dolore, quel dolce leggerissimo sorriso che allor le sfiora delicatamente il labbro, rileva intero e nelle sue più angeliche apparenze il santo carattere di madre. Di buona scuola è il disegno di quest’opera: con grazia e naturalezza ne sono disposti ed ordinati gli atteggiamenti ed i panneggi: nè si può altrimenti lodarla che indicandola”. Ancora nella Mostra Borbonica di Belle Arti del 1856, Michelangelo Russo presentò un gruppo in gesso: “Gesù Cristo nell’orto”, nonché un piccolo gruppo in terra cotta: “Bacco ed Amore” che, anche questa volta il Bozzelli non mancò di così commentare: “Nella spaventevole solitudine di Getsemani, prostrata la persona sulle proprie affievolite ginocchia, con l’ambascia divoratrice che in lui genera l’idea del prossimo tremendo sacrifizio, il figliuolo di Dio, in questo ingegnoso gruppo, è in atto di fervente preghiera; e nella stessa cieca sua rassegnazione alla volontà dell’Augusto Padre, sembra che dal più profondo delle commosse viscere gli salga teneramente involontario sul labbro quel grido sì coerente alla tempra umana di cui erasi rivestito...si possibile est, transeat a me calix iste. Un angelo, radiante di grazia e di nobiltà nelle celesti sue forme, gli è a rimpetto con umiltà devota; e nel confortarnelo, affissa lo sguardo angoscioso in quella soavità di amorevole carattere, che l’immenso dolore non ha punto alterata nella espressione del divino suo volto.
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Diana-terracotta(propr.privata) | Siam certi, che trasportato in marmo, questo alto concepimento non possa non riuscire di un effetto meraviglioso. Piaquesi questo medesimo giovane artista di esporre un altro suo picciol gruppo in terra cotta, ove sotto la figura di due genietti son rappresentati, con forme vivaci e leggiadre mosse, Bacco ed Amore: l’uno, già ebbro, appoggiasi all’altro, il quale sorridendo ne guarda con gaia malizia gl’involontarii vacillamenti”. Alla mostra di Belle Arti del 1859, il Russo presentò ancora un ulteriore lavoro in gesso: “Cristo sotto la croce” che Giacomo Filinto Santoro, in suo saggio, così lo indicò:
“Cristo sotto il peso della croce - Più del vero e di gesso per Michelangelo Russo - E’ pregevole per la bella disposizione de’ panneggiamenti”. A Polistena si conservava una “Statuetta di Garibaldino” nel Palazzo del Marchese Avati, secondo quanto tramandato dal Canonico Pasquale Calcaterra. Ma, sebbene le nostre richieste, la famiglia Avati non ci ha mai fornito notizie o attestazioni della presenza di detta statuetta prima dello smantellamento del palazzo e dei suoi arredi, all’atto della vendita. Da più voci e da fonti che qui non è il caso di indicare, abbiamo notizia dei rapporti tra il Russo ed il Conte di Siracusa, Leopoldo di Borbone. Quest’ultimo fu coadiuvato nella scultura del monumento a Giovan Battista Vico posto in un giardino pubblico in Napoli, da Russo che, pare abbia modellato tale statua, tuttora visibile a Napoli. Abbiamo pure notizia di ulteriori pregevoli lavori in marmo per il duomo di Napoli. Per ora, crediamo sia stata sufficiente questa breve esposizione di lettere e recensioni per dare un’idea di ciò che dietro al solo nome di Michelangelo Russo (più o meno a questo punto erano le conoscenze su di lui) rimaneva celato. La nostra paziente ricerca siamo sicuri che, nel corso della futura pubblicazione su questo artista polistenese, restituirà quanto più materiale utile a scoprire il mistero ed una più completa biografia di questo emigrato illustre e sconosciuto ai più.
GIOVANNI RUSSO
Direttore Museo Civico e Biblioteca Comunale di Polistena
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Guerrisi lo ricordo così
di Romano Romiti
Michele Guerrisi l’ho conosciuto all’inizio degli anni ‘50 quando lui, nella sua piena maturità, era già un affermato artista, un autorevole critico d'arte e soprattutto un rigoroso scrittore sui movimenti d’avanguardia. Credo di poter affermare che egli era particolarmente legato alla ricerca su Cezanne in quanto nelle sue argomentazioni si riferiva sempre all'Errore di Cezanne ritenendolo responsabile della deviazione dal figurativo.
Lui era dunque un artista noto ed affermato, io ero invece un giovane venticinquenne che si affacciava, dopo gli studi e gli anni tetri della guerra, sul mondo del lavoro e della vita pubblica, senza altra esperienza alle spalle. L'incontro con il prof. Michele Guerrisi fu immediatamente facile, sereno, quasi liberatorio di ogni mia ansia e preoccupazione. Egli era il Direttore Artistico dell’Accademia di Belle Arti di Roma ed io, per un concorso nazionale vinto, ci tengo a dirlo, ero stato assegnato alla Direzione Amministrativa del suo stesso Istituto, di cui tuttavia non conoscevo prima né le finalità, né le caratteristiche didattiche e neppure l’esistenza.
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Il Maestro Michele Guerrisi |
Ho compreso subito che avrei trovato in Michele Guerrisi piena comprensione ed un valido punto di riferimento, data la sua esperienza, la sua lealtà e la sua grande conoscenza del mondo dell'Arte; quel mondo appunto ove l'Accademia di Roma, ed io con lei ed in piena collaborazione con lui, dovevamo muoverci ed operare nel divenire continuo delle nuove leggi, dei nuovi regolamenti che si sostituivano, e a volte si sovrapponevano, alle disposizioni precedenti impostate tutte su un diverso orientamento politico ed amministrativo. Si stava transitando infatti dal precedente potere assoluto al nuovo potere parlamentare, da un centralismo amministrativo ad una amministrazione decentrata. Ed in questa non facile situazione il prof. Guerrisi - ha sempre voluto essere chiamato così e non Direttore - mi ha molto aiutato dimostrandomi la sua piena fiducia.
Il suo incarico alla Direzione dell'Accademia di Belle Arti di Roma è stato biennalmente rinnovato più volte e si è protratto fino al 1962. Un vero record perché la prestigiosa carica di Direttore della più grande Accademia d'Italia era ambita da molti se non proprio da tutti gli artisti che insegnavano nell’Accademia stessa. Per comprenderne la personalità, per comprendere l’Uomo Guerrisi, ritengo soffermarmi ancora sui nostri primi incontri. Lui, con la sua capigliatura bianca, con il suo parlare fluido ma fortemente pensato, mi ha subito richiamato alla mente gli uomini dell'antica Atene, quegli uomini che la nostra cultura classica si è sforzata di presentarci come "Filosofi”.
Ecco a me il prof. Michele Guerrisi è apparso, come per un prodigio del mago Aladino e della sua lampada miracolosa, uscito da un libro di storia e di filosofìa del vecchio liceo. Da allora io ho sempre pensato a lui come all’unica voce della Magna Grecia nell’ambito della cultura artistica della prima metà del 900. L’ho sempre pensato, ma ora mi pento di non averglielo mai detto. E questo è avvenuto perché lui era schivo ad ogni adulazione ed io incerto sulla validità del mio giudizio.
Assai di rado e sempre malvolentieri saliva al piano degli uffici. Preferiva trattare gli argomenti ed i problemi della scuola o firmare gli atti ed i verbali nella sua aula o nel suo studio e sulle dita aveva sempre qualche traccia di creta. Ma non vorrei essere frainteso; non ricordo di averlo mai visto distratto e distaccato dai problemi che dovevano essere affrontati. Al contrario vi era in lui un carattere tenace, pronto ad andare fino in fondo per giungere ad una soluzione positiva. A testimonianza di ciò valgano le iniziative da lui prese, negli anni trenta, nell'ambito del sindacato degli artisti a Torino, ove ha insegnato storia dell'Arte nella Accademia Albertina, ed ove ha esposto più volte e realizzato varie ed importanti opere raffiguranti soprattutto nudi femminili. A Roma, tra quanto io ricordo, ha realizzato tre grandi bassorilievi per la sede della Toro Assicurazioni sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, posti a ponente in modo che la luce radente del tramonto li patina di rosso e ne esalta la plasticità; le porte della Basilica di Santa Maria in Monte Santo nella Piazza del Popolo ed una statua di Maria collocata su di un colle della Via Aurelia verso il mare il cui calco in gesso il prof. Guerrisi ha poi donato a mia moglie per arricchire una sua chiesetta di campagna vicino a Spoleto, chiesetta dedicata appunto alla "Madonnuccia".
Ma Guerrisi fu anche pittore, forse l’ultimo pittore della "campagna romana". Poetici e romantici sono i suoi acquarelli e i suoi olii sull’Appia Antica, nelle stazioncine solitarie e sulla costa di Fiumicino.
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Michele Guerrisi: Bozzetto della statua della "Filosofia" (Casa della Cultura) |
Particolarmente battagliera fu la sua presenza, per un quadriennio, nel Consiglio Superiore delle Belle Arti al quale fu designato dal voto plebiscitario di tutte le Accademie. In quella sede, oltre alla normale consulenza riguardante i molteplici problemi di tutte le Soprintendenze, si attivò, in modo particolare, affinchè nella esecuzione in Italia di tutte le opere pubbliche, il 2% dell’importo fosse riservato alla realizzazione di opere d'arte inserite nell'opera stessa. A tal fine furono organizzati più incontri con il Provveditore alle Opere Pubbliche del Ministero dei Lavori Pubblici, l’architetto Pasquarelli. Ma Michele Guerrisi non partecipò mai all’appalto di queste opere d'arte. Erano opere a tema e forse non si addicevano alla sua autonomia di artista.
Altra lunga e difficile battaglia Guerrisi intraprese nel Consiglio Superiore per affermare l’opportunità che gli acquisti di opere da parte della Direttrice della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, Palma Bucarelli - definita da Indro Montanelli il fiore all’occhiello della burocrazia italiana - passassero attraverso il vaglio del Consiglio Superiore delle Belle Arti onde assicurarne un orientamento ed una valutazione collegiale e non una scelta univoca come allora, purtroppo, avveniva.
La presenza di Guerrisi nel Consiglio Superiore delle Belle Arti sarà comunque ricordata dal fatto, fatto vero e non aneddoto, che egli, all’inizio di ogni riunione, formulava sempre la domanda di voler conoscere a chi fosse Superiore il Consiglio Nazionale delle Belle Arti avendo dovuto constatare che non sempre i pareri ed i suggerimenti espressi venivano poi accolti ed applicati.
Nel presiedere il collegio accademico, organo assai vivace in quanto composto da tutti i docenti dell'Accademia, i quali, da veri artisti, erano piuttosto indipendenti nel loro pensiero, Guerrisi non ha mai fatto valere il peso della sua carica di Direttore. Cercava solamente, ma con intelligente fermezza, che la discussione non scivolasse su argomenti o dettagli del tutto estranei alla vera attività dell'Accademia. In queste occasioni si intuiva in lui una certa insofferenza per essere stato strappato dalla sua aula, dal suo studio, dalla sua creta.
Nei Consigli di Amministrazione la sua insofferenza era ancora più evidente. Riconosceva la validità delle regole e le esigenze della Burocrazia ma vi si adattava solo per il suo innato senso del dovere. Ove Guerrisi mostrava una particolare e critica attenzione era invece nelle Commissioni per la formulazione delle graduatorie per il conferimento degli incarichi d’insegnamento. Osservava ripetutamente le opere presentate dai candidati, le confrontava tra di loro, ne discuteva con gli altri membri della Commissione per giungere poi ad una valutazione, la più oggettiva possibile. Da questa selezione dipendeva il buon futuro della Scuola.
La lunga dirczione di Guerrisi è legata tra l’altro all’istituzione a Reggio Calabria dell'Accademia di Belle Arti "Mattia Preti" ed anche in questo vi si può riconoscere il legame alle sue origini, le tracce ataviche della sua formazione culturale, la sua voce: quella della "Magna Grecia", voce che, secondo me, era una equilibrata fusione tra la sua grande cultura classica e l’attenta valutazione della vita contemporanea.
Scomparso Michele Guerrisi nel 1963 a me è sembrato, o più esattamente è piaciuto pensare, che la sua voce, quella della "Magna Grecia", così valida a sostenere il primato dell'insegnamento classico, si sia, per un prodigio da vero "deus ex macchina" come avveniva nella tragedia greca, concretizzata con il fortunato recupero, proprio in questo mare di Calabria, culla della "Magna Grecia", dei "Bronzi di Riace".
Quale gioia avrebbe provato Michele Guerrisi se li avesse potuti vedere; se li avesse potuti toccare per sentirne vibrare la potente plasticità. Quella plasticità e quel messaggio che egli con il suo riferimento al classico ha sempre, e senza mai esitazione alcuna, voluto darci con le sue opere che qui a Palmi, con i monumenti ai Caduti ed al Maestro Cilea rimangono a testimoniare la Sua voce, quella della sua "Magna Grecia".
L'autorevole scritto di Romano Romiti è tratto dalla commemorazione in onore del Maestro Michele Guerrisi, svoltasi a Palmi il 27 novembre 2004 nella Sala Consiliare del Comune, organizzata dall'Associazione Amici Casa della Cultura "Leonida Rèpaci"(Presidente Dr. Antonio Minasi). Dal sito www.amicicasarepaci.it

VINCENZO JERACE- RITRATTO DI FRANNY SALAZAR E ANTONIO CANNATA- LUNGOMARE DI REGGIO CAL.(collez.Comune di Reggio Cal.)

VINCENZO JERACE- IL SOGNO(Collezione Comune di Reggio Calabria)
PASQUALE SERGIO
Un artista polistenese di adozione è stato Pasquale Sergio da Radicena (oggi Taurianova), legato a Polistena da vincoli di parentela, discendendo dallo stesso vecchio secolare “ceppo” della famiglia dei Sergio(1886/1972).
Artista di razza, ha frequentato l’Accademia delle Belli Arti di Napoli, dove ebbe valenti maestri come il Cammarano ed il celebre acquerellista Delbono.
Ha partecipato a numerose esposizioni sia in Italia che all’estero, riscuotendo, ovunque, riconoscimenti unanimi.
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NATISONE- CIVIDALE DEL FRIULI |
Nella Quarta Biennale Calabrese d’Arte, nell’autunno del 1926, a cura di Alfonso Frangipane, ha riportato un grande successo, ottenendo un diploma di benemerenza ed il seguente giudizio:”Pasquale Sergio, per la serie delle sue più recenti impressioni della Piana, dimostra il frutto di un lavoro intenso, di una devozione tenace alla terra madre, di un meraviglioso segreto ch’è nel fervore dell’opera solitaria ,nella resistenza a tutti gli urti della vita paesana, e nella visione sempre chiara e serena del vero, attraverso il suo sentimento di artista della buona razza calabrese, che non cede a scetticismi ed a dolori, e che non traligna in esibizionistiche ed ostentate originalità deformatrici o imitatrici .Questa mostra di Pasquale Sergio riafferma, ormai saldamente, una giovane personalità che emana dal nostro ambiente, ne vive il palpito e ne eleva il senso della natura e della bellezza eterna”.
Ed Alberto Gallippi, nel suo libro “Atti di amore e di fede”, così scrive fra l’altro: “Rivedendo a distanza di tempo i quadretti del Sergio più che convinti si rimane entusiasti per le qualità della sua arte: le impressioni di una prima e, possiamo dire, affrettata visita, oggi si avvalorano di più, specie quando si ha a lato un commentatore preciso ed appassionato come lui. In pochi centimetri quadrati di delicati pastelli ansima il senso dello sconfinamento nel cielo dello assoluto. Sembrano delle finestrelle aperte sulla natura. L’anima rinchiusa nel carcere d’un corpo sogna visioni di paradiso.
E brama slegarsi dalle catene che la tengono prigioniera per spaziare libera come un uccello nella piana verde, sfiorare le spighe e i covoni al sole, tessere voli rapidi intorno alle aspirazioni dei campanili, cantare nei dolci mattini di primavera, inseguire disperatamente le ultimi luci d’un tramonto che pare lasciarci per sempre...”.

GIUSEPPE PESA(Polistena 1928/2000) AUTORITRATTO-(collezione privata)
LEGGI: MICHELANGELO PARLATO, L'UOMO E L'ARTISTA di Domenico Borgese<<
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