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ARTURO BORGESE- (1880/1949)
DI DOMENICO BORGESE
Non credo di esagerare se dico che tra i grandi di Polistena che ormai dormono il sonno dell’eternità, ma che sono vivi nel nostro cuore, e che sono e saranno perenne luce nell’arte e nella poesia della nostra regione e della nostra Italia, dobbiamo annoverare Arturo Borgese, ultimo guizzo di classica dottrina e di amore per la nostra gente.
La conquista del suo mondo scaturì dalla sua intelligenza e dalla sua aferiana volontà; da una immediata e profonda obbedienza agli impulsi e alle passioni della vita: fu conquista ravvivata quotidianamente da un carattere erculeo e da una rettitudine veramente esemplare.
Arturo Borgese fu un solitario, un taciturno, un malinconico; si chiuse sempre in una atmosfera di modestia, riscaldandosi alla divina fiamma della innata passione per le Lettere, in cui Egli trovò la sua ragione d’essere, di cui si nutrì avidamente fino alla morte, in silenzio devoto, con lo sguardo teso verso la vita che lo attendeva.
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ARTURO BORGESE |
Fu uno spirito mneditativo, rare volte espansivo, ma quasi sempre energico, costruttivo rinchiuso nella profonda meditazione delle sue idee, seppe darci l’anima più significativa, più sentimentale, più aristocratica dei valori culturali calabresi, perchè Egli ebbe ardente vita interiore, che sbocciò fin dalla prima giovinezza nel fervore della fantasia e nella profondità del sentimento, con slancio fatto di passionale costanza. Nella solitudine che amava Egli trovò sempre la vera arcana soddisfazione dello spirito; sprofondato nella gioia dello studio e del lavoro s’intese l’anima sublimata da dolcezze che la vita semplice non può dare. Amò più della sua vita i libri, che da pochi portò al numero di settemila: tutti testi interessantissimi, che custodì fino agli ultimi giorni della sua esistenza con vera sentita religiosità, e dai quali gli fu dolorosissimo distaccarsi, come risulta dal suo testamento.
Nelle sue stanze ricolme di libri e di riviste, tra le opere di arte della sua bellissima pinacoteca, Arturo Borgese visse raccolto in un intimo mondo di poesia, e non chiese mai nient’altro alla vita se non il bacio delle Muse e la felice tranquillità dello spirito che lo sorreggesse e lo lanciasse verso le supreme altezze di elevata poetica soddisfazione. Il suo carattere non seppe mai di debolezze che umiliano, il suo cuore non nutrì mai lo sdegno e la vendetta: fu comprensivo e benevolo nei momenti tristi della vita, fu largo di affetti e prodigo di consigli e di aiuti verso tutti i suoi concittadini, che ebbero di lui bisogno. Niente tralasciò per il bene della sua gente, nè risparmiò fatiche o sacrifici, lottando con la sua penna maestra in ogni campo: in Letteratura, in Arte, in questioni sociali, in critiche teatrali e musicali, in conferenze di alta cultura regionale e nazionale. Fu un instancabile lettore di ogni genere di libri; seppe giudicare e condannare, innalzare e creare con spirito sempre obiettivo, sostenendo battaglie giornalistiche e infinite polemiche, uscendone sempre con la fiaccola della vittoria.
L’attività letteraria di Arturo Borgese cominciò prestissimo in giornali e riviste, e fu sempre apprezzata e valutata l’opera sua. Aveva allora ventitrè anni non compiti e i direttore della Rivista letteraria mondana e teatrale “La Rinascenza” di Messina così scriveva di lui:
“Nei versi e nelle prose del Borgese si è potuto sempre ammirare uno stile elegante puro e proprio ed una semplice densità di concetti assai poco comuni.
La precisa conoscenza delle forme metriche, la finezza delle immagini, un lirismo sentimentalmente sano e dilettantissimo, uno stile assai chiaro e privo di solecismi, una maniera informata ad una larga conoscenza dei nostri migliori classici e prosatori, sono dati che nel signor Borgese rivelano uno scrittore su cui poter fondare delle bellissime speranze”. Simile giudizio venne espresso dal direttore del quotidiano “Il Marchesino” che si pubblicava nella stessa città di Messina nell’anno 1903; quotidiano su cui Arturo Borgese pubblicò i suoi primi versi giovanili e le sue prime prose critiche che “...si distinguevano per acume, per forma eletta, indizio certo di bello ingegno e di soda cultura letteraria...” Così Libero Maioli nel 1903. Unico e solo suo maestro nei primi rudimenti del sapere e della moralità della vita, fu suo padre: maestro Giuseppe Borgese: uomo di carattere, squisito e delicato poeta, ammirevole artista del pennello, critico e prosatore insigne, padre rigido e precettore scrupoloso. Atmosfera sana e colta, fu dunque, quella che accarezzò e sorresse i primi impulsi giovanili di Arturo Borgese, che, nella luce di serenità e di amore, forgiò il suo carattere e nutrì l’anima sua di bellissime speranze.
I primi versi che scaturirono dall’anima di Arturo Borgese furono di sogno e di amore, cosparsi di quella dolce malinconia erotica, che è in tutti i poeti giovani la nota caratteristica della loro natura, perchè il cuore di sente saturo di vita che freme e che agogna.
L’ispirazione va naturalmente ricercata nelle vaghe fanciulle del tempo: vereconde e sentimentali, belle ma qualche volta crudeli, spensierate ma ritrose, delle quali molte vivono nei delicatissimi versi del Nostro: Maria, Teresa, Rosa ecc.
E’ il canto del cuore, che, aperto a tutte le speranze della vita, fatta di estasi, esalta la bellezza della fanciulla amata:
Quando passi, così semplice e lieta, / nei rosati tramonti e negli albori: / “Tu sei il profumo che la vita allieta!” / ti sussurran i fiori. -
Quando nei tenebron calmi e profondi / splendon le tue pupille e nere e belle, / “Tu sei la luce che riveste i mondi!” / ti sussurran le stelle.
Quando ne l’alma mia triste, avvilita, / scende un tuo sguardo...e fuga ogni dolore, / “Tu sei l’amore che abbella ancor la vita!” / ti sussurra il mio cuore!
Sono versi semplici, schietti, senza veste pomposa, ma che scorrono non privi di musicalità e di sentimento, e se in essi non scorgiamo ancora un mondo poetico vero e proprio, sentiamo, però, la tendenza a raggiungerlo; scorgiamo l’anima e il cuore disposti a cantare il canto dell’amore e dell’eterna bellezza della donna, avvertiamo insomma la voce della poesia che si affaccia alla vita dello spirito e dell’arte.
In tutti i versi giovanili del Borgese c’è una natura assai sensibile alla beltà e qualche volta tendente al romanticismo, sia se egli si sprofondi nella poesia malinconica e amorosa, sia se si estasi nello spazio infinito dei sogni: Egli tempra nella visione di una vita più spaziosa e serena i moti della sua anima, bramosa di solitudine e di amore, pronta alla bontà e alla lotta, nostalgica ed aristocratica, romantica nonchè classica, avvertendo la luce dello spirito antico che dovrà divenire forza, moto, calore, passione, che dovrà guidarlo a conquistare il suo mondo poetico, alimentato dal vigore del cuore e dalla fantasia sana e sicura. Egli avvertì che lo sprofondarsi nello studio delle Lettere era il suo alimento e il suo sfogo, e con ineffabile passione, con abnegazione poco comune si tuffò nel mare magnum dell’umano sapere, con avidità sempre crescente, gustando il pane della sapienza da solo, di notte e di giorno, nelle ristrettezze e nello sfarzo della vita, nel lavoro e nel riposo.
Le raccolte di liriche del Borgese vanno dal 1897 al 1906 e portano il titolo di “Nuove poesie”. Vi sono poi i “Poemetti brevi” che vanno dal 1898 al 1906 oltre alle “Rime sparse” che appartengono alla prima giovinezza, e sono complessivamente oltre 800 lavori tra sonetti e canzoni e ballate. La “Nuove poesie” ammontano al numero di 248 e comprendono pure canzoni sonetti ballate per musica. Appartengono poi alla vera giovinezza del 1909 i sonetti “Spleen” e gli “Ultimi guizzi”, oltre agli infiniti epigrammi e alle traduzioni poetiche dal latino.
In ogni genere di versi, dal sonetto d’amore alla canzone patriottica, dalla ballata sentimentale ai versi sciolti, Arturo Borgese versò il canto sublime della sua anima, espresse le voci più profonde del suo mondo, le voci più solenni del passato classico e romantico che parlavano in Lui: nuove voci d’amore, voci arcane d’infinita tristezza, d’imprecazione e di esaltazione eroica. Le sue immagini sono precise, forti, palpitanti di vita; ogni parola, ogni verso sono perfettamente adeguati al suo lucidissimo pensiero, alla sua esuberante fantasia. C’è in tutte le liriche un calore improvviso, intimo, indizio di perfetto equilibrio spirituale, che in tutti i tempi fu la forza della poesia e dell’arte. Alcuni sonetti risentono di reminiscenze pascoliane e carducciane, per i quali poeti egli ebbe più che ammirazione, profonda venerazione, tanto che furono sempre oggetto delle sue conferenze di alta cultura nazionale.
Sincerità e spontaneità di sentimenti, delicatezza d’immagini, desideri di religiosa pace, immalzamento dell’anima scorgiamo in alcune liriche religiose che Arturo Borgese compose nel fervore della giovinezza matura, come in “Ave Maria!...”
Quando tramonta il sole in fondo al mare / Spargendo l’acque di faville d’oro, / sale da le campagne un palpitare / di voli , un frullo, un pigolio canoro / Mentre cantano a coro le lontane / Chiesette, bianche ne la lieve ombria, / co’l greve tintinnio de le campane: / “Ave Maria!”.
Ave Maria ! - Ne l’ora che più mesta- / discende su ‘l creato ‘l nostro cuore / come ad un desio di pace si ridesta, / anela ardente ad un desio d’amore... / E sogna, e spera ed ama...e son lontane le pene, e tutti i suoi dolori oblia / mentre cantano lente le campane: / Ave Maria!
“In frate lupo” in “La Croce” in “Pace” in “Il serafico d’Assisi” e nelle innumerevoli altre troviamo il sentimento religioso espresso con accenti di preghiera e di invocazione profonde che denotano nel giovane poeta il sentimento mistico a mano a mano irrobustito in una luce di credenza e di amore. (Vedi la lirica “Dolore”).
La sua produzione poetica è continua, instancabile, a volte semplice e ampollosa, a volte forte o profonda, come nel poemetto “Il trittico del cieco” in cui c’è il canto della fede, della speranza e dell’amore nell’esaltazione della patria in armi.
Il 10 gennaio del 1904 Arturo Borgese conduceva all’altare la donna del cuore; la prescelta, la ispiratrice capitale della sua produzione poetica, e poi, nella vita, qualche volta la consigliera: Donna Rosina Tigani, figura esemplare di nobiltà e di romantica cultura, ammirevole erede di quella luce di sapienza che fu la famiglia Tigani.
Il suo sogno d’amore, così, si realizzava in una atmosfera salutare per Lui, in un ambiente in cui Arturo Borgese trovava un alimento maggiore per il suo mondo, un calore più intimo che lo riscaldava sempre più: Donna Rosina con la sua calda e facile parola, con il suo romantico affetto, con la sua poderosa erudizione aprì al cuore e all’anima del giovane Borgese nuovi orizzonti, nuovi mondi, e nel raccoglimento della vita coniugale Egli s’intese come più maturo, più tranquillo, e i sogni d’amore giovanili si compendiarono in uno, e la sua produzione divenne più curata, più intima. Il suo nome intanto era conosciutissimo, perchè quasi tutte le riviste regionali e nazionali e buona parte di quotidiani pubblicavano qualche sua poesia, qualche lavoro di critica letteraria o teatrale che non cito per amore di spazio.
Per il teatro A. Borgese ebbe, come suol dirsi, una vera debolezza, anzi una vera profonda ineffabile passione, da cui scaturì la sua più vasta, più cordiale, più umana produzione drammatica: fu conoscitore profondo di tutte le opere e le riviste teatrali nazionali; ebbe irresistibile ammirazione per il grande Roberto Bracco, per il maestro Marco Praga, per l’insuperabile siciliano Pirandello, per Antonio Traversi, per Sem Benelli ecc., dall’imponente mondo dei quali ricevette la divina scintilla dell’arte drammatica. Egli nel dramma scorse la vera vita dell’umanità dolorante del peccato, tante volte necessario, le disperazioni e le ingiustizie di una società, a volte, disumana e crudele. Ebbe elargito da madre Natura quella nobiltà d’animo che fa sentire e gustare della immaginativa le diverse profonde umane commozioni, avendo avuto la singolare facoltà di trasformarsi nei suoi personaggi, con vero spirito d’immedesimazione nella vita e nei caratteri loro. Per questo le creature del suo mondo poetico hanno vita reale e rendono mirabile il corso degli avvenimenti, vivi nei momenti più teneri, più memorabili e più decisivi della vita.
Per giungere a tale conquista Arturo Borgese si sprofondò nello studio del cuore umano, cercando nella cognizione degli uomini le loro passioni, i loro interessi, i loro errori, le loro debolezze. Studio assiduo e delicato fu quello suo: studiò Voltaire, Diderot, Chaussé, lo Steele, Lessing, Goethe, Schiller e infiniti stranieri e italiani di tutti i secoli della storia del teatro.
Mel dramma “L’ombra” del 1909, dedicato al padre, Arturo Borgese dà vita alla felicità coniugale che va in frantumi per l’improvvisa cecità di un marito dapprima geloso, di una gelosia calma, leggera, giustificata, ma che poi diviene sospettosa, forte, terribile, fatale... Il personaggio Elvira vive e palpita in un’angoscia senza nome, in una lotta reale tra il dovere e le voci del cuore di esuberante giovinezza, che non vuole morire, ma che non osa neppur vivere... Ella è la vittima di un pensiero costante, risoluto: rappresenta la bellezza divenuta pericolosa, vista nel ricordo di un passato felice e nella realtà di un presente tenebroso e disperato. Essa vive in tutta la magnificenza psicologica che commove. Pietro, il marito, che impreca contro il suo terribile destino è un personaggio che non può dimenticarsi, per la viva lotta d’animo che rappresenta, per le parole che egli dice col cuore sanguinante di singhiozzante infelicità per il piano che egli silenziosamente costantemente premedita, unica salvezza alla sua inutile insopportabile esistenza.Egli rappresenta la umana gelosia, fatta prima d’affetto e poi di disperato egoismo.L’amore è cieco e la cecità di Pietro ne è la vera personificazione. I moti del cuore umano in lotta sono magistralmente espressi in una luce reale che non può essere smentita. L’angoscia dei due personaggi principali arriva al cuore del lettore in tutta la sua palpitante disperazione che rattrista lo spirito. Povero, abbastanza freddo il dottore Adolfo, privo d’intelligenza e di genialità nei momenti più burrascosi del cuore in lotta tra il dovere e l’amore.
“La voce della patria”, dramma dedicato alla memoria della mamma diletta, del 1911 rappresenta la personificazione dell’amore patrio, che non ammette debolezze o passioni diverse, e che dimostra la squisitezza del patriottismo anche di fronte agli affetti più intimi, più cordiali. Il colonnello Mottengo è vivo nel suo carattere di vecchio soldato: è cinico, ma calmo, di una calma che vorrebbe essere disperazione e non è che carattere, orgoglio di fronte alla leggerezza giovanile del figlio Pio, che vorrebbe sostituire all’amore per la propria patria in armi, l’amore per una vaga frivola fanciulla, ma infine, persuaso, convinto delle irremovibili decisioni paterne, in lotta disperata con se stesso, si uccide. Il dramma venne raprresentato per la prima volta a Polistena, il 23 settembre 1911, dalla compagnia drammatica “Pro Arte” di Paci Verdirosi, con un successo assai lusinghiero.
“L’Assente”, del 1917, rappresentato per la prima volta al Teatro Verdi di Reggio Calabria, il 14 giugno 1918, dalla Compagnia “Pastore Furian” fece fremere d’applausi a scena aperta e alla fine l’innumerevole pubblico scelto. Non è necessario che mi intrattenga a considerarlo, perchè i migliori quotidiani d’Italia così scrivevano il giorno dopo: “...Arturo Borgese, il giovane scrittore calabrese già simpaticamente noto alla classe degli studiosi e al nostro pubblico per le sue felici produzioni, specie per i lavori poetici improntati al più fervido sentimento d’amor patrio, ha ottenuto un altro ben meritato successo nella rappresentazione fatta al nostro Verdi di un pregevole dramma da lui scritto di recente e che s’intitola: “L’Assente”. Il Borgese ha veramente questa volta toccato i fastigi dell’arte, perchè il suo novissimo dramma è un’opera di studio, di psicologia, di passione che dà intera la misura dell’ingegno e delle attitudini non comuni del valoroso scrittore... Il Borgese fu più volte evocato alla ribalta e festeggiato dal pubblico elettissimo...”. Giornale d’Italia n. 171).
“...L’Assente ha interessato l’uditorio...la trama ben tessuta, è martoriata di ottime concezioni drammatiche, di situazioni psicologiche delicate, nitide, pure... L’azione del dramma nella sua trama di alta psicologia, è interessante, piena di vita e di colorito...” (Il Mattino n. 169).
“L’Assente” presenta indiscutibili pregi. La trama che fa vivere una passione di anime svolgentesi nei riflessi della guerra, è stata cesellata dal Borgese con profonde verità psicologiche e fine squisitezza d’arte...”. (Il corriere d’Italia n.183).
“...Il dramma ha interessato moltissimo. L’Assente è stato applaudito a scena aperta e alla fine... Il Borgese rifulge nel luminoso cammino della sua ascensione letteraria ecc.”. (L’Idea Nazionale n. 167).
“...Il giovane autore, del quale sapevamo la sincera virtù artistica e drammatica, rivelatasi in altri precedenti lavori, ha oggi impresso con L’Assente un’orma ben distinta nella sua ascensione artistica...”. (Il Corriere di Calabria n. 162).
E i giudizi potrebbero continuare a lungo, perchè scrissero inoltre, segnalandone il magnifico successo, i giornali: L’imparziale, Il fronte interno, L’ora, La Gazzetta di Messina, Il Giornale di Sicilia, L’Alba, Il Giorno ecc.
In tutti i drammi, come ne “Il Ritorno”, in “Figlio di cane”, è la vita che palpita di passioni irresistibili che incendiano la coscienza che torturano il cuore, che avvelenano l’anima di alcune classi sociali: in essi è quel lembo d’umanità dolorante su cui cade inesorabile la legge del cuore con la sua condanna per alcuni, con l’assoluzione per altri.
“Lo zampognaro” del 1923, dramma in un atto, vivo in tutti i personaggi, ma palpitante di ricordi, di amore, di perdono straziante nello zampognaro, povero padre infelice; e di disperato rimpianto in Nannina, è veramente il rispecchio dell’anima calabrese, che, anche nel tradimento e nell’inganno, sa ritrovare le vie del cuore e dimenticare il cordoglio delle stravaganze giovanili nel desiderio ardente di costruirsi una nuova vita.
Dello stesso anno 1923 è il dramma “Bambina” in cui il poeta dà risalto all’innocenza muliebre, che crede e sogna e spera, e poi è frantumata dalla realtà spaventevole della vita, alla quale vita sa rinunziare, rinunziando a se stessa... E’ l’innocenza dei diciassett’anni che viene lanciata alla perdizione irreparabile da un bacio che non perdona...da un bacio di uomo maturo che lascia nei nervi e nella carne della fanciulla una vibrazione di peccato...senza speranza. Maria è viva nel suo strazio e nella sua disperazione: odia e ama, disprezza e piange, di un pianto che grida vendetta senza perdono.
Del 1924 è la scena drammatica “Tempesta” in cui palpita la donna amante del lusso, che inesorabilmente tradisce l’amor sincero, fatto di miseria, ma d’abnegazione; tradisce l’uomo che per lei dispera e ruba e uccide, perchè pazzo d’amore. In “Tempesta” scorgiamo la donna intrisa di lussuria e di peccato, che non sa amare nelle ristrettezze economiche; la donna cosparsa d’infedeltà e di debolezza che paga con la vita il suo fallo imperdonabile. E’ l’amore schietto di un uomo che diviene odio implacabile; è la ravvedutezza di una vita sincera e buona che diviene furibonda e inesorabile nella condanna mortale; è la vendetta delle sofferenze patite, dell’amor prodigato che Arturo Borgese cosparge di vita in Teodoro.
Arturo Borgese è un acuto distinto osservatore dei moti del cuore; insigne artista delle espressioni, che sono nitide, perfette, fiorite, musicali. Ma dove Egli, per così dire, versa tutta la sua complessa anima sognante e la vera e profonda psicologica evidenza dell’arte sua, è nella fantasia drammatica “Il notturno dell’illusione” del 1928. In quest’opera veramente grandiosa Arturo Borgese emerge in tutta la sua personalità poetica, in tutta la sua concezione filosofica degli affetti più intimi del cuore umano: vi è l’anima di una fanciulla, alimentata da una forza ignota che la sveglia alla vita, vi è la musica del cuore teso verso l’estasi del sogno, che sconvolge il sangue, che allarga la mente, trascinandola verso le dorate deliziose vie del mistero, in cui balza, come luce d’incanto, l’amore senza volto, vestito dalla sola immaginazione, ma che poi diviene realtà viva nel Viandante, che è mistero che diviene vita, illusione che diviene sublime palpito, che squarcia il velo del segno e illumina le tenebre dell’umana illusione. L’opera rappresenta insomma l’ideale del cuore che si trasforma in realtà, la fantasia che diviene realtà.
E’ inutile dire che tutti i quotidiani e tutte le riviste di critica e di arte del tempo s’interessarono all’opera non appena vide la luce. Tutti furono di accordo nell’ammettere la grandezza della concezione poetica, anche se qualcuno dei critici pensò che “Il notturno dell’illusione” non possa essere rappresentato, come Leonida Repaci, che tra l’altro dice: “...ho trovato in esso oltre agli indiscutibili pregi della forma, un’interiorità poetica che non ha un sufficiente rilievo drammatico... Secondo me il lavoro non è rappresentabile, ma è tale da fare grande onore alla lettura... Alla ribalta io temo che il profumo poetico che aleggia nel “Notturno” di Artuto Borgese andrebbe grandemente perduto”.
Vi furono polemiche a riguardo, tra le quali brilla quella dell’avvocato Sardiello, che dimostrò che il “Notturno” è rappresentabilissimo, perchè: “...c’è una realtà dentro queste pagine, e non può sfuggire; palpita veramente la vita, e di questo palpito l’arte si anima ed avviva”. (Nosside anno VIII n. 12, dicembre 1928).
Bisognerebbe leggere le migliaia di lettere che pervennero al Nostro per farsi veramente un’idea del successo dell’opera. Adriano Tilgher tra l’altro “...il suo lavoro è assai pregevole per nobiltà di intezioni, per finezza di fattura. Esso, però, è un pò troppo intellettualisticdo ed allegorico”. Vi sono lettere del poeta Antonio Anile, del poeta Vincenzo Gerace, di Luigi Cunsolo; di Francesco Perri, di Alvaro, di Casalinuovo, dell’avv. Gaetano Gallo e di innumerevoli altri tra nostri e stranieri che non cito per ragioni di spazio.
Fu tutta una sola incontrastata voce di lode all’uomo e all’artista. Successo frenetico, successo doppio, perchè ebbe vittoria sui critici; cosa difficilissima per un’opera che vede per la prima volta la luce e che vada incontrastata verso il successo e l’ammirazione generale. E Arturo Borgese non ne menò vanto, nemmeno quando il Ministero della Pubblica Istruzione lo nominò Ispettore bibliografico generale, e neanche quando l’Accademia delle Arti e delle Scienze lo annoverò nel suo grande amplesso con il seguente documento: “Exsimia ob eius merita in litteris ac artibus / Arturo Borgese / ascriptus est in albo academiae / ad titulum socii partecipantis”.
La sua modestia fu quella dei grandi ingegni, fu quella delle grandi anime che seppero vivere silenziosamente, accontentandosi della fiamma alimentatrice del loro modo senza sfarso e senza pretensioni. La sua natura fu fatta di rinunzie: rifiutò più volte la cattedra di Letteratura Italiana presso l’Università di Messina e non volle mai allontanarsi dalla sua terra natale; volle vivere tra la sua gente che amava comne se stesso, difendendola e valorizzandola. Visse di lavoro onesto che non gli diede mai lo sfarzo e ne fu quasi felice, di una felicità muta, personale, che seppe, per tutta la vita, dividere con la compagnia del cuore. Trionfò in ogni campo: fu insigne giornalista del Giornale d’Italia fino alla morte. Le sue conferenze furono infinite, cosparse di originalità, come quelle su Carducci, su Pascoli, su D’Annunzio ecc. Amò la patria con sentimento carducciano e la esaltò sempre con robusti discorsi, pieni di fuoco, che ebbero sentitissime ovazioni, specie nelle città di Reggio Calabria e di Catanzaro, dove era sempre Lui a commemorare avvenimenti grandiosi dell’eroismo patrio.
Fu anche critico d’arte: seguì sempre l’ascesa vittoriosa dei nostri migliori Artefici, e i suoi lavori sono sparsi dovunque, in giornali e riviste, come in Nosside, sua creatura apprezzatissima, di cui fu direttore esaltato e ammirato per ben 10 anni.
L’orazione fatta il 20 febbraio 1937 per commemorare il trigesimo della morte del nostro grande Maestro Francesco Jerace, è profusa della malinconia dell’ora e svolta con giudizi artistici precisi, illuminati da una luce smagliante d’immagini poetiche che toccano le incombattibili altezze del pensiero critico borgesiano.
Mi sembra ancora di vederlo nel salone del palazzo comunale, gremito di gente eletta, giunta da ogni luogo per l’occasione, parlare calmo, con la commozione nella voce, con i suoi grand’occhi pieni di tutta quella luce personale, dare una seconda vita al nostro Artefice impareggiabile.
Arturo Borgese, infine, fu il maestro della parola, l’artefice dell’elocuzione, il forgiatore di una prosa ricca, fiorita, spedita, pura che attrasse sempre l’ammirazione e il plauso dei grandi, come risulta da un infinito mondo epistolare a Lui diretto e da Lui gelosamente custodito.
Questa, in sintesi frettolosa, la personalità di Arturo Borgese, nella luce della verità e della schiettezza e non in tutta la sua vasta produzione letteraria poetica ed artistica, ma in una parte abbastanza ristretta di essa, con breve sosta su quei lavori che sono fra le tante luci, un raggio più vivo, un soffio più fulgente dell’anima classica e romantica di questo nostro figlio superiore. Questo l’uomo che incute rispetto e venerazione e che maggiormente c’ispira il ricordo perpetuo, perchè fu autodidatta, perchè i suoi soli maestri e in italiano e in latino e in francese e nello spagnolo furono i libri che egli amò e venerò come si venerano le cose sacre. Polistena non aveva avuto perdita maggiore prima del 22 dicembre 1949, giorno in cui la maestosa figura di Arturo Borgese chiudeva per sempre i suoi gran’occhi alla luce del sole. Una folla di popolo, commossa, si strinse attorno alla sua bara, che rapiva al nostro orgoglio e alla nostra cultura l’anima più bella.
Sulla sua pietra sepolcrale si legge: “Passasti lasciando custode della tua ora / L’amata consorte che addolorata piange e prega / Nella biblioteca culla degli anni tuoi / La nobile figura di letterato e di poeta / sul tavolo rotta la penna d’oro / che ai grandi ti pareggiò”.
DOMENICO BORGESE
Pubblicato in La Nuova Calabria, Anno I, n.11-12 (Aprile-Maggio 1955), pp. 15-19. |