CALABRESI ILLUSTRI

 

 

 

 

 

MICHELANGELO PARLATO

 

                                             L’UOMO E L’ARTISTA

                                                                              


                                                                                   

                                                                                                di Domenico Borgese

 

                                                                                                   

La figura più eminente e più cara al nostro cuore nel campo dell’Arte di questa nostra bella Polistena, dopo la compianta perdita dell’illustre Maestro Francesco Jerace, è lo scultore Michelan­gelo Parlato, gagliarda e complessa anima del nostro popolo, orgoglio e vanto della nostra Arte che non ha fine.

Michelangelo Parlato è l’artefice continuatore del fiore di nostra gente nel mondo apollineo della Arte: uomo dotato di una luce possente di virtù e di amore come i veri giganti del Bello. A corona­mento di tutte le virtù terrene che si rivelano nelle manifestazioni del pensiero del Parlato, emerge, come quando tra tante luci se ne accende una mi­gliore, il sentimento religioso della vita che Egli concepisce come la più perfetta delle virtù del cuore umano: è la fede fatta di convinzioni e di certezze che è robusta in Lui come la possente arte che balza dalla sua intelligenza e dal suo genio. Egli è portato a mesti e religiosi pensieri e trova nel silenzio e nella solitudine che ama, la pace, che è il frutto della sana virtù. Nella solitaria peregri­nazione della vita Egli trova un’arcana e soave vo­luttà, nella quale si pasce più che del presente, dell’avvenire, più che delle bellezze terrene, dello incanto del Cielo, dando sfogo al tripudio della anima sua di spaziare, con libertà, nelle sublimi intelligenze dell’Amore che non ha tramonti. Nel suo spirito c’è una cultura letteraria e filosofica fatta di calma veramente olimpiaca e di robusta volontà.

Il Parlato ha manifestato fin dalla prima gio­vinezza il suo genio artistico, quando il vecchio don Domenico Mileto, constatando nel giovinetto la stoffa del futuro artista da alcuni lavori in creta, posava per un suo busto, che oggi costituisce per gli eredi Mileto un tesoro, perchè in quella creta plasmata dall’impulso giovanile del Parlato, vedo­no il loro avo nell’espressione vivente di un tem­po. L’opera venne apprezzata e valutata da Fran­cesco Jerace un vero capolavoro. Da qui il primo passo, da qui l’interessamento del Sindaco del tem­po e dell’Avv. Borgese, nonché dell’Avv. Mileto, perché il giovinetto venisse mandato a Napoli pres­so la Scuola delle Belle Arti. Come tutte le intel­ligenze sveglie, Egli, a Napoli, si è fatto distingue­re per le sue tendenze artistiche, per il suo amore allo studio, e non solo nel campo del Bello ... su­perando a pieni voti tutti gli esami.

Mi piace ricordare un breve episodio della vita studentesca del Parlato che mette in risalto la co­sciente e robusta preparazione che il Nostro Scul­tore ebbe agli esami di licenza liceale. Veniva rim­proverato, perchè nel programma delle materie svolte durante i tre anni di Liceo aveva scritto il solo nome e cognome degli autori che si presentavano, senza citarne alcuna opera, e al professore indignato e meravigliato così rispondeva: ((Se ho scritto Dante Alighieri, dico Dante Alighieri ... se ho scritto Petrarca dico Petrarca ... etc. ))

Era un vero e proprio atto di sfida che scatu­riva da una prodigiosa memoria e da un’intelli­genza pronta e sicura che non temeva sconfitta? Sì, era la sicurezza della forte impeccabile prepa­razione che il Parlato si era formata con ineffabile amore e con pacata rassegnata ponderatezza. In­fine, messo alle strette e alla prova, gli esaminatori constatavano che la maturità del giovane Parlato era più che profonda e perfetta, unica.

Il Parlato, come quasi tutti gli artisti giovani senza beni di fortuna, ha dovuto lottare, e qualche volta a gomitate, per aprirsi la strada che la Natu­ra gli aveva segnata, dalla quale oggi balza impo­nente e bella l’opera dell’Arte sua. Egli è stato sem­pre contrario alle raccomandazioni e al pietismo, perché si raccomandava da sè, spinto non solo dal­la necessità di vita, ma dall’ardente passione di conquistare, di realizzare i1 suo mondo artistico e culturale.

Da solo, dunque, nella grande incantevole cit­tà di Napoli, senza sostenitori e senza protettori, superando ostacoli e scoraggiamenti, Egli cammi­nava con passo sicuro verso le altezze dello spirito e dell’Arte.

Pensando oggi al Parlato, giunto, attraverso rinunzie e sofferenze, alle più alte vette dell’umana soddisfazione, si ridestano nella mia mente i versi immortali del grande poeta di San Mauro di Ro­magna:

<<.. Da me, da solo, solo e famelico,

Per l’erta mossi rompendo ai triboli

I piedi e la mano

Piangendo, sì, forse, ma piano:

 

Ascesi senta mano che valida

Mi sorreggesse, nè orme ch’abili

Io nuovo seguissi

Su l’orlo d’esamini abissi

 

Da me, da solo, solo con l’anima,

 

Su lento, su anelo

Su sempre ...>>

 

E’ l’orgoglio della conquista sudata, è la sod­disfazione della meta raggiunta. Oggi Michelan­gelo Parlato è coronato di vittoria, conquistata con le doti dell’intelletto e dell’arte, e il suo nome var­ca i confini della patria nostra e desta plauso e meraviglia fino nelle lontane Americhe, dove nu­merosi suoi dipinti e ritratti ornano i palazzi più sfarzosi di quelle ricchissime terre.

Prima di accennare alle grandiose e varie sue opere, è bene sapere che lo Scultore Parlato è com­pleto nella sua cultura, e anche per questo si allon­tana dalla massa. Egli è un erudito nel campo delle lettere - greche e latine; bisognerebbe sentirlo par­lare! ... Le sue considerazioni sono sane, profonde, illuminate dalla chiarezza e dalla facilità di espres­sione; ha acume nel commentare e nel criticare con spirito sempre obiettivo; sa porgere con l’arte. della parola calda ed eloquente. E ciò è logico per­ché Arte e Poesia sono una cosa sola, tutte e due sono le contemplatrici del vero e del Bello, tutte due spaziano nell’ampiezza dei Cieli. L’Arte è la personificazione della Poesia, « ut pictura, poesis », e per questo ogni scultore, pittore, architetto ha nell’anima un mondo poetico che realizza con lo scalpello, col pennello, ecc., più o meno bene, a seconda della bèllezza del mondo che egli possiede.

Il ritratto di Arturo Borgese-1944

Il mondo poetico del Parlato è fatto di fede e di amore, di contemplazione e di sogno, di uma­nità e di bontà, virtù grandi queste che scaturi­scono dall’estasi dell’anima, in un arcobaleno di vita e di bellezze eterne. Egli è un classico in Arte ed in Letteratura, e non sopporta la depravazione dell’arte moderna, tanto che così scrive, parlando dei visitatori della Mostra del Bicentennario del­la Accademia di Belle Arti a Napoli: « ... Uscendo dalle sale, i visitatori sono invitati a sinistra, dove sul pianerottolo, e nel reparto propriamente detto di ((Sculture nuove)) vi sono dei gessi deformi di figure meticciche, sulle quali non è il caso indu­giarsi; perchè quando si rimane fuori del mezzo

universale di espressione, che è la bellezza della forma, dal quale nasce il sentimento, si è fuori del­l’Arte.

…Sarebbe ora che il Ministero sentisse il do­vere d’intervenire che si rivedessero le mansioni e la efficienza di coloro che producono questi aborti, dagli stessi non interpretati, vantandosi dl non aver mai studiato, i quali, pagati con il pubblico danaro, continuano nelle Accademie a rovinare i giovani. Mettendoli alla prova sia pure facendo loro eseguire, un modesto ritratto di qualche bebè, si constaterebbe facilmente che essi non sanno fare altro che brutture.

…Le cose deformi le sanno fare anche tutti i bebè con la neve e con la rena ... ». Da ciò si rivela benissimo, e principalmente dalle opere, come il Parlato è l’erede di quell’immortale classicismo, che diede al mondo l’Arte più perfetta e più eccel­lente nella vera creazione del Bello. L’Arte è imi- tazione del reale, e consiste nel sapere maneggiare la materia in modo che essa venga a presentarci un’immagine della Natura, della vita che ci inte­ressa. Nell’imitazione si rileva massimamente l’abi­lità dell’artista, quando questi sa presentarci, nella reale bellezza, l’opera della Natura. Il cosiddetto artista d’oggi ci vuole ingannare, ingannando per primo se stesso, presentandoci delle tele imbrattate o dei gessi o dei marmi amorfi che fanno pietà da sentirne disgusto. La Natura spogliata della sua vera vita, del suo vero cielo, della sua luce, delle sue impeccabili forme divine, è qualcosa che fa entrare nell’anima nostra il terrore, perchè quan­do essa è privata della sua vera bellezza non c’è che malinconia e morte: essa è snaturata quando lo artista non sa imprimere nella materia quella va­rietà di movenze che fa dell’opera qualcosa di grandioso. L’Arte di oggi è l’annullamento del sen­timento della vita e della natura, è la sconfitta, possiamo dire, del pensiero, anzi è il Bello negativo ed incomprensibile che rispecchia il buio tenebro­so dello spirito. L’artista non deve trascurare di imprimere nell’opera d’arte il carattere della per­fezione, che tante volte, manca nella natura stes­sa. L’immagine dotata di perfezione, secondo me, è ciò che si chiama Bello ideale, che ogni artista dovrebbe possedere. Per Bello ideale non dobbiamo intendere, però, ciò che è perfetto per sè e esclu­sivamente, ma ciò che è perfetto relativamente all’opera in quel certo ambiente collocata ai fini dell’Arte. Il Bello dell’artista supplisce alle man­chevolezze che il reale ci offre, per cui esso deve dimostrarsi modellatore dello stesso reale.

Michelangelo Parlato, erede, come dicevo, del classicismo, che non potrà mai essere sconfitto, im­prime nelle sue ammirevoli creazioni il Bello idea­le, sia nelle opere fantasiose, quanto in quelle imi­tative, come nel busto in marmo del cav. Filippo Mileto, cui manca la parola; nel busto in creta re­galato all’avv. Diego Borgese in segno di stima e di riconoscenza, in cui ammiriamo nella perfezione reale ed ideale, l’insuperabile plasmatore, spe­cie per avere versato negli occhi dell’opera la reale luce del sorriso personale de’ll’avv. Borgese. Il bu­sto in gesso, imitazione marmo, fatto alla memo­ria del dott. Angelo Mileto, è in tutte le sue parti­colari espressioni vitali un ritorno dalla morte alla vita che commuove quotidianamente i familiari del giovane scomparso. L’Arte del Parlato è semi­nata dovunque in questa sua terra natale. Arturo Borgese, poeta e scrittore di questa nostra classica Polistena, continua a vivere nella luce del vero, grazie all’arte impeccabile di Michelangelo Parla­to. Il Borgese è colto nel suo sorriso superiore e leggermente sarcastico come nella vita. L’opera è un ritratto a sanguine, che, senza tema di smenti­ta, rappresenta un autentico capolavoro di arte im­pareggiabile che ci fa rivivere il Bello cinquecen­tesco nella delicatezza delle linee e nella elevata morbidezza delle sfumature.

Chiedo venia al prof. Parlato se nel mio mo­desto giudizio, non seguo l’ordine cronologico del­le sue opere e non le cito tutte.

La figura del Cristo, opera monumentale in bronzo nel Cimitero di Polistena, è una delle tante opere grandiose in cui l’Artefice imprime il tormen­to del mistico e la serietà della sua religione.

Il Redentore, perfetto nella sua espressione di umanità e vivo nella luce paradisiaca, si erge im­ponente sulla tomba dei cari del Parlato in tutta la sua ultraterrena grandezza. L’espressione pura­mente ieratica trasfusa nei bronzo è la nota pre­dominante che rende viva la figura di Gesù Cristo così come nella concezione biblica. L’opera sovra­sta a tutti gli avelli, e da lontano sembra veramen­te che il Salvatore dell’umanità scenda dalle lon­tane altezze del Celeste per portare ai trapassati la pace consolatrice della vita che non è terrena. Di­nanzi i piedi di questa colossale opera è posto il busto del padre dello Scultore, anche in bronzo, e due grandi ali in marmo coprono il sepolcro. In quest’opera veramente grandiosa scorgiamo l’Arte innalzata alla santità della preghiera, troviamo un inno di lode e di fede al Redentore, e sono certo che lo studio del Parlato, quando il Cristo usciva, a mano a mano, dalla sua anima, era un santua­rio e il suo linguaggio era quello dei Celesti.

Mi sembra di vederlo, ad opera finita, nel rac­coglimento muto della soddisfazione, rapito in

estasi di fronte alla sua santa Creatura, recitare

a se stesso, o meglio al suo cuore di vero cristiano i versi del Savonarola:

 

«Tutto sei, dolce Iddio, Signore eterno,

Lume, conforto, e vita del mio cuore,

Quanto più mi t’accosto, allor discerno

Che l’allegrezza è senza te dolore;

Se tu non fossi, il ciel sarebbe inferno;

Chè chi non vive teco sempre muore,

Tu sei quel vero e sommo ben perfetto

Senza il quale torna in pianto ogni diletto ».

 

A Villa S. Giovanni vi è il monumento ai Ca­duti del nostro primo Risorgimento: un soldato in bronzo in atto di scagliarsi all’assalto alla baionet­ta, nella cui espressione reale di forza e di eroismo, di disperazione e di terrore, il Parlato ha versato il sentimento eroico della vita. In essa opera è evi­dentissima la forza morale e materiale dei nostri militi di tutti i tempi nell’estremo momento della lotta suprema, che dà la vittoria. A Rosarno duole che il monumento ai Caduti sia andato distrutto dalle bombe di un’incursione aerea dell’ultima guerra. Francesco Jerace, il gigante insuperabile dell’Arte bruzia e nazionale amava il Parlato e lo ammirava, tanto che un giorno gli dichiarava sod­disfatto, dopo avere ammirato alcune opere, che il nostro grande cittadino sarebbe stato il solo e l’unico suo fedele continuatore nel difficile cam­mino dell’Arte. Non si è sbagliato, e non si poteva sbagliare l’immortale Jerace, perché oggi la clas­sica bellezza artistica di Michelangelo Parlato è veramente imponente, perché, come il nostro Jera­ce, sa vincere e domare la materia, sa realizzare il Bello ideale, costringendolo a forma, che è il vero problema dell’arte, dando alla materia che tratta vita, fatta di sentimento. Il giudizio del grande maestro infatti oggi è verità, è più eloquente che mai!

Polistena:Chiesa di S. Francesco di Paola- Pulpito marmoreo

L’opera monumentale a Leonardi Bianchi nella città di Benevento, inaugurata dal Capo dello Stato Einaudi, ha commosso lo Scultore per le manifestazioni di affetto e di plauso da parte degli ammiratori del Bello, ma anche da parte dei cultori colleghi dell’Arte.

La vita artistica del Parlato varca l’immensità dell’oceano ed arriva ammirata ed inalzata in Ar­gentina con un busto in bronzo ad un milite allea­to della nostra seconda guerra mondiale: Raisi Ignazio, caduto sul suolo della patria nostra. An­che nella terra classica della Grecia il nome di que­sto nostro illustre figlio è vivo per delle opere, di cui disgraziatamente mi sfugge il nome.

Sarebbe lunghissimo seguire il Parlato nella sua numerosissima produzione, bastano tra le altre opere ricordare il busto in bronzo al marchese An­tonio Rodinò, alla medaglia d’oro Amerigo Avati, tutti e due di questa nostra Polistena; al comm. Alberti di Benevento, all’insuperabile musicista Durante del secolo XVIII, ad Aurelio Padovani, al comm. Cutolo a Napoli, al generale Torre, al lette­rato Antonio Fusco di Torrecuso, etc. E infine una opera balzata di recente dall’impulso artistico del Parlato è un busto in bronzo al luminare della me­dicina italiana, Antonio Cardarelli, di cui il Parla­to ci darà tra non molto l’opera monumentale, avendone vinto il concorso.

Tutte le sue opere, singolarmente considerate, hanno l’impronta del respiro caldo dell’artista che imprime nella tela e nella creta, nel marmo e nel bronzo aliti di vera vita, che sono l’impronta del pensiero del Parlato. Con ardore sempre uguale,costante, con ineffabile chiarezza d’idee, con te­nacità adamantina, la materia sente la potenza del dominatore, cedendo alla forma voluta. Tutto ciò che rivela la sua impronta possente ha potere e forza di bellezza che incita alla gioia, traspor­tandoci in un mondo ideale, dove il sogno balza nella luce della realtà e ci costringe ad abbassare il capo in segno di ammirazione e di reverenza.

I giovani che hanno nel sangue e nell’anima la divina fiamma dell’Arte dovrebbero accostarsi al classicismo del Parlato per trarne la spinta ini­ziale che conduce alla gloria, dovrebbero alimen­tare la loro fiamma col fuoco inestinguibile di que­sto nostro figlio e non cercare il Bello dove non è.

Non ho voluto fare le lodi dello Scultore Par­lato, perché Egli è conosciuto da anni in Italia e in Europa, e in qualche parte del mondo, come ho detto, ma ho voluto compiere un dovere in nome di tutti i calabresi, che nutrono, in silenzio devoto, per questo non comune figlio di Calabria, la stima e l’ammirazione più profonde. E se non sono per­fettamente riuscito nell’intento, perché per par­lare di Michelangelo Parlato, in verità, ci vorrebbe un artista ed un letterato pari a Lui, almeno, credo di avere fatto cosa gradita a tutti quelli, che, come me, ammirano e seguono il Parlato nella continua luminosa ascesa dell’Arte, che onora la terra in cui è nato, nonché la patria tutta.

Vada, dunque, da questa nostra cara Rivista, al prof. Parlato, che continua a vivere nell’incanto di Napoli eterna, la nostra profonda stima e il no­stro orgoglio.

 

                                                                                                     DOMENICO BORGESE


 

 

da “La Nuova Calabria”

-nn.8-9 Gennaio- Febbraio 1955


 

 

 

 

                                                                            (autoritratto 1999-carboncino)

CESARE LA RUFFA, pittore polistenese

 

 

Un autorevole rappresentante del mondo artistico polistenese, vivente, è, senza dubbio, Cesare La Ruffa.

Forse Polistena lo ha dimenticato, perché  ha lasciato la sua terra appena diciottenne, inseguendo i sogni e le speranze di un giovane  desideroso di raggiungere il proprio traguardo, specie se tale traguardo si identificava  nell’arte e se le basi erano promettenti.

Il S. Francesco da Paola dipinto nel 1940

Ammirando il pregevole dipinto “S.Francesco da Paola”, eseguito a sedici anni, direi che le basi c’erano e le speranze non potevano deluderlo.

Ma a Roma non mancarono le difficoltà per Cesare La Ruffa:lo studio, l’inserimento negli ambienti artistici consoni alle proprie tendenze, il bisogno, come tutti gli artisti alle prime armi, del guadagno necessario per l’acquisto di  attrezzi di lavoro e  per il  vivere quotidiano.

Il giovane La Ruffa approda nello studio di Marino Tigani e, su interessamento di  Giuseppe Prenestino, s’inserisce nello studio del maestro Vincenzo Jerace, che lo prende sotto le sue cure, aiutandolo, riconoscendo  nel giovane “Cesarino”, virtù e tendenze artistiche apprezzabili.

Sono in possesso di alcune corrispondenze epistolari tra il maestro Jerace e Cesare La Ruffa, nelle quali si rileva il costante interessamento del maestro nei confronti dell’allievo “Cesarino”.

“Caro Cesarino- scrive il maestro in data 5.2.1942- mi hai  sempre ripetuto che per amore dell’arte eri disposto ad affrontare qualsiasi sacrificio. Oggi hai avuto la ventura di trovare un posto molto meglio di un venditore di libri dipingendo degnamente e proficuamente vasi. Devi dunque ringraziare Iddio se con questa temporanea occupazione tu possa presto  riuscire a procurarti i mezzi necessari a procurarti l’occorrente che ti mancava e che neppure la tua modesta famiglia non poteva darti a svolgere i difficili e costosi studi della tua carriera!

Dunque più che tristezza devi prendere questo temporaneo sacrificio con grande grandissima gioia perché ti procura i mezzi a svolgere con sollecitudine la tua bella vocazione artistica non solo facendo nella mia scuola busti e studi pittorici anche se la passione non ti viene meno dei quadri e delle statue.

In alto il cuore e la mente con animo gagliardo e coraggioso come dev’essere un degno figlio della granitica Calabria  ed  un fervente allievo del tuo maestro V.Jerace”. Ed ancora: Nella cartolina pubblicata, il maestro Jerace comunica la morte del sig.G.Prenestino...il tuo benefico protettore che ti raccomandò a me.

L’eloquente lezione di vita imposta dal Jerace al giovane La Ruffa, ha prodotto certamente i suoi frutti e ritengo che il successo raggiunto sia dovuto, appunto, alla benevolenza , alla saggezza, ai consigli, all’insegnamento profusi dal maestro Jerace.

Oggi Cesare La Ruffa vive alle porte di Roma, con uno studio avviato anche a Stoccolma.

Predilige nei suoi lavori la paesaggistica, ricercato come valente ritrattista, si è imposto nei soggetti a carattere religioso.

 

Il dipinto di C. La Ruffa, datato 1940 e raffigurante il Cristo, è stato scoperto recentemente in una abitazione di Polistena a cura del nostro Stellario Belnava che ne ha curato la ripresa fotografica.

 

 

RUSCELLO                                                                                                  (collezione privata)

   

       

Ha scritto di lui Mauro Bonucci a proposito del dipinto “LA MESSA”-esposto alla Mostra Nazionale d’Arte Sacra Contemporanea di Bologna-: “Con tale opera il giovane polistenese spezza finalmente e definitivamente la rigidità della sua tradizione tematica per assurgere, nella complessità della composizione, ad una atmosfera  nuova, corale”.

Ritengo utile e doveroso, a questo punto, proseguire con uno scritto del  critico Oronzo Giordano che puntualizza l’opera di Cesare La Ruffa:

Le opere di Cesare La  Ruffa hanno quella virtù comunicativa e d’attrazione estranea agl’infantilismi e agli pseudo-primitivismi, ed hanno origine dall’evidente serietà di lavoro, dall’onestà d’intenti, dal bisogno veramente spirituale dell’anima ansiosa di dirci, attraverso le espressioni artistiche, qualcosa che vada al di là della linea, dei puntini, del colore e dei grovigli di segmenti.

NUDO                                     (pastello)

Quelle tavolozze ignorate che non ci abbarbagliano con strani miscugli caleidoscopici, quei pennelli docili e irrequieti ad un tempo mossi sempre dall’intelligenza e dalla passione e non dall’ozio, quella spatola che in gesti rapidi ed efficaci fissa stati d’animo sinceri e sottolinea idee chiare, rivelano qualcosa di serio , di umano, di duraturo perché sono semplicemente Arte.

Questo abbiamo visto e sentito quando siamo andati a trovare un artista calabrese, Cesare La Ruffa, che da anni s’è dedicato alla pittura con lo zelo della vocazione e con spontaneità d’istinto.

Un’analisi approfondita del contenuto formale della pittura di Cesare La Ruffa non è ancora possibile, né toccherebbe a noi farla. Ma è altrettanto utile e doveroso soffermarsi sui suoi lavori pieni d’impegno e fecondi di promesse. I diversi viaggi all’estero, le varie Mostre personali e i molti consensi già assicuratisi lo impongono ormai all’attenzione del pubblico e della critica.

Pur non ignorando, anzi avvertendo il travaglio in cui si contorce l’arte contemporanea, piena di esasperate promesse e di disordinati tentativi innovatori, che così spesso ci lasciano perplessi e dubbiosi, La Ruffa è rimasto fedele a se stesso prima, alla buona tradizione artistica dopo. E però sa dirci la sua parola, sa esprimere i suoi pensieri con spiccata personalità, inserendosi a mano a mano e quasi connaturandosi  a quel filone d’oro che forma la vitalità perenne dell’arte particolarmente italiana.

Sin dalle prime opere abbiamo visto concretarsi in lui quel  linguaggio figurativo basato sul contrappunto del chiaroscuro, per cui i rapporti tonali sono equilibrati da una sensibilità spaziale intima e raccolta. Un dolce sentimento di realtà morale, di patetica contemplazione, più che una semplice percezione sensoriale, vibra nell’impostazione cromatica. C’è un accostamento all’impressionismo in quel non perdersi mai in digressioni coloristiche e decorative o in compiaciuti virtuosismi per non lasciarsi sfuggire il motivo centrale del quadro. Preferisce i toni in minore, ovattati di penombre, e sa amare la luce. La gioia del colore-luce, che accorda il fondo con le figure, è evidente nell’artista, il quale, da meridionale e da mediterraneo, sente la poesia luminosa del paesaggio, poesia che tocca spesso spazi e ritmi classici.

Anche il soggetto sacro sa trattare con forte sentimento e con sincerità.”S.Francesco di Paola”, “S.Caterina da Siena”, “S.Chiara”, “Il Crocifisso” documentano convincentemente questa particolare predisposizione del La Ruffa. Il quale ignorando l’ozio e le smanie pubblicitarie, nel silenzio raccolto del suo studio, continua nel suo lavoro modesto e tenace, cercando di affinare sempre più la visione ideale del bello nell’armonia dei propri sentimenti con i mezzi più consoni all’espressione artistica compiuta e sincera”.

MERCATO                                                                                                  (collezione privata)

 

In apertura di commento, scrissi che Polistena ha dimenticato Cesare La Ruffa, ma posso affermare che l’amico Cesare non ha dimenticato la sua terra e le sue tradizioni artistiche e culturali. Il suo rammarico è stato, e, lo è tuttora, di non aver potuto raggiungere la sua terra ogni qualvolta  lo desiderava, nel ricordo dei suoi maestri Tigani e Jerace e nel pensiero devoto verso Giuseppe Prenestino. E’ il travaglio di coloro i quali, allontanatisi giovanissimi dalla propria terra, non riescono a riconciliarsi con essa se non a maturazione avvenuta e, quando, il successo è assicurato.

C’è un impegno preciso di Cesare La Ruffa che gli fa onore e lo assolve:.....e spero poterti stringere la mano con un affettuoso abbraccio durante la Pasqua del 2002, che per me sarà l’ultima visita alla mia terra natia”.

 

(da “Polistena ieri e oggi” di Ferdinando Sergio)

 

 

RITORNO A POLISTENA

 

Cesare La Ruffa non ha mantenuto l’impegno, come sopra detto, di essere a Polistena per la Pasqua del 2002, ma, con sorpresa,

è ritornato a Polistena in questi giorni, insieme alla moglie, a respirare l’aria natìa, ad immergersi nei ricordi giovanili, a scrutare nella sua terra tutto ciò che gli  è mancato durante i lunghissimi anni trascorsi lontano.

Il suo soggiorno polistenese, anche se breve, ha suscitato emozioni, perché ha voluto dimostrare tutto il suo affetto verso la terra che lo vide nascere e cresciuto, donando al Comune di Polistena per il Museo Civico, il quadro che riproduciamo in questa pagina, frutto del suo lavoro, dei suoi sacrifici giovanili e del successo ottenuto durante la sua carriera.

E’ stata una forte emozione anche per noi che, dopo un lunghissimo periodo , abbiamo avuto l’immensa gioia di riabbracciarlo.

Grazie, Cesarino!

 

Nella foto Cesare La Ruffa(a sinistra) in compagnia di Giovanni Russo, direttore del Museo Civico e Biblioteca Comunale, durante il suo soggiorno polistenese.

 

 

 

         

                Il dipinto di Cesare La Ruffa, dal titolo "Capodimonte",  donato al Comune di Polistena

 


GALLERIA

 

GIUSEPPE PESA(1928/2000) " MIA SORELLA TINA"