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ROSARNO
MEDMA, UN PARCO TUTTO DA INVENTARE
Dalle favisse scoperte da Orsi ai templi riaffiorati nello stadio
Un anno fa le piccole statuine di terracotta raffiguranti le divinità femminili di Medma, sono state messaggere in America del patrimonio archeologico scoperto a Rosarno, esposte in una mostra sull'archeologia della Magna Grecia. Un evento che qui ebbe poca eco ma che, grazie alla dimensione dell'evento internazionale, rappresentò il momento di maggiore visibilità che i reperti provenienti dall'antica Medma, la città colonia dei locresi, abbiano mai avuto. Ma Medma rappresenta l'episodio emblematico della storia delle scoperte di un patrimonio archeologico che, profondamente presente nella cultura del popolo che ne vedeva affiorare puntualmente nei lavori agricoli le testimonianze, non trovava nelle istituzioni la spinta alla ricerca ed al decollo. Il mistero della localizzazione di Medma fu oggetto anche di diatribe erudite e alimentò vivaci rivalità con la vicina Nicotera, anche se Strabone, il geografo antico, aveva dato indicazioni precise. «Medma era città che aveva preso il nome da una grande fonte che a sua volta aveva origine da quello di una ninfa. Una città che aveva un'appendice sul mare con un porto. La presenza del fiume Mesima fu sempre considerata un elemento chiave per localizzare la città. Ma ci vollero le fortunate campagne di scavo di Paolo Orsi, richiamato da illuminati proprietari del posto, agli inizi del 1900, per dare corpo ai miti ed alle leggende, tra i quali i contadini di Rosarno si erano cresciuti, e portare alla luce depositi di terrecotte votive che hanno attratto l'attenzione degli studiosi di archeologia del mondo. Ma dei templi ai quali appartenevano non si trovò traccia fino allo scorso anno allorquando affiorarono sotto il campo sportivo. Dagli uliveti di contrada Calderazzo, di Pian delle Vigne, affiorarono le testimonianze di una città che si presentava di grande estensione a partire dal 1900: sul pianoro strutture urbane e tracce di edifici sacri; dalle dune sabbiose di Nolio e Carozzo, nella valle del Vena le necropoli di età greca. A Medma, dopo Orsi, dedicarono la loro attenzione archeologi di grande fama come Paolo Emilio Arias, Silvio Ferri, e Salvatore Settis.
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Le statuette di Medma |
Nell'ultimo quarto di secolo vi hanno scavato Maurizio Paoletti, Claudio Sabbione e adesso da circa dieci anni la dottoressa Maria Teresa Iannelli. Fu l'ampliamento dell'area urbana della moderna Rosarno che, da una parte ha messo alla luce e, dall'altra, ha messo in pericolo quanto, dei Greci di Medma, il sottosuolo aveva conservato e che poteva rappresentare una vera e propria miniera d'oro se utilizzato a fini turistici. Ma le strade, le fondazioni degli edifici, affiorarono soltanto dagli Anni 80 in poi. Non si trattava più del lavoro dei campi e del sacro rispetto dei contadini per le piccole dee Medmee, con le loro pose ieratiche e lo sguardo senza tempo, le ruspe non si fermavano davanti alle fragili figure di terracotta. Si è scavato e si è nuovamente seppellito per un secolo, ma la svolta decisiva è stata realizzata dall'amministrazione guidata da Giuseppe Lavorato che ha ingaggiato una battaglia per la salvaguardia del patrimonio attaccato dall'espansione edilizia. Lo sforzo è stato coronato dal successo poichè ha portato all'acquisizione del patrimonio dello Stato di circa 13 ettari trasformati in parco, l'istituzione di una scuola archeologica in collaborazione con Università e Provincia di Reggio, mentre la delimitazione nel Prg poneva le basi per intereventi pianificati. Proprio alla scadenza del suo mandato, dopo cent'anni di vane ricerche, nell'area del campo sportivo, sono affiorate le fondazioni di una serie di edifici sacri e depositi di materiali che hanno portato al VII secolo a.C. le origini della città di Medma. Oggi l'amministrazione Saccomanno sta proseguendo questa importante strada che apre per Rosarno prospettive interessanti anche dal punto di vista turistico, la prospettiva che fino ad oggi è mancata. Dice il primo cittadino: «Rosarno sta puntando sulla propria città antica di Medma. Siamo convinti che il patrimonio archeologico potrà divenire risorsa di uno sviluppo complessivo dell'area: fra qualche settimana inizieranno i primi scavi da parte della Soprintendenza. Il nostro obiettivo oltre alla realizzazione del parco sta avviando la scuola archeologica ed il museo. Siamo in attesa della materiale disponibilità dei finanziamenti previsti dal Pit, già assegnati di circa 800 mila euro. C'è quello previsto dei Pis. Inoltre abbiamo partecipato all'ultimo bando pubblicato dal ministero con un progetto finalizzato al proseguimento delle ricerche successive. Il problema, però, è culturale ai fini dell'economia dell'intera città». Anche per Giuseppe Lacquaniti assessore alla Cultura e studioso dell'antica Medma, «si tratta di un percorso che porterà grandi benefici alla cultura ed alla popolazione di Rosarno. Finalmente, infatti, gli scavi potranno rimanere alla vista di tutti». Per il prof. Ugo Verzì Borgese che ha fondato trent'anni fa il centro di studi Medmei a Rosarno lo sviluppo del parco e la realizzazione sul posto di un museo rappresentano una antica aspirazione. Ma la Soprintendenza non abbassa la guardia, anche se soddisfazione hanno motivo di avere la dottoressa Elena Lattanzi e la responsabile del territorio, Maria Teresa Iannelli: «Oggi incomincia una nuova fase - ci ha sottolineato quest'ultima -: riprendono a giugno gli scavi a Calderazzo nella zona del parco già esplorata da Orsi. Infine, da sottolineare, la donazione della collezione Gangemi effettuata dalla famiglia, che la soprintendente Elena Lattanzi avrebbe voluto presentare in una mostra ma la necessità di un restauro per il momento ha ritardato. Ma alcuni pezzi, già donati da Giovanni Gangemi, saranno esposti alla mostra “Archeologia di un sapere”».
GIUSEPPE MAZZU'
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LA CITTA’ DELLE DEE DI TERRACOTTA SULLE RIVE DEL FIUME MESIMA
Medma rappresenta nella Piana la speranza del futuro. Un parco esteso 13 ettari è l'elemento sul quale poggia un grande patrimonio archeologico, venuto alla luce in cento anni di scavi. Ma la sua è una storia che va ancora definendosi. Fino a pochi anni fa veniva indicata come colonia di Locri fondata nel VI sec. a.C.. Le scoperte archeologiche avvenute nel recinto del campo sportivo due anni or sono consentono oggi di spostare al VII secolo la nascita che, probabilmente, fu opera dei calcidesi di Reggio. Sotto il dominio di Locri, invece, passò alla fine del VI sec. a.C. quando la città ionica estese la sua influenza sul litorale tirrenico conquistando Metauros e Medma. Ma nel 422 Medma si è schierata con Crotone e Hipponium contro Locri, un evento che trova conferma in una iscrizione su un ex voto che è stato rinvenuto nel tempio di Zeus ad Olimpia in Grecia Il declino di Medma è segnato dalla conquista da parte di Dionisio I di Siracusa che, nel 389, la mise a ferro e fuoco e deportò in Sicilia circa 4000 abitanti sfuggiti alla distruzione. Ma Medma proseguì la sua esistenza oltre quella data. Tra l'altro fu una città che batteva moneta con sul verso la testa della ninfa omonima e con la leggenda Mesma. Medma subì però altre devastazioni, una prima volta con la conquista da parte dei Bretti dei quali sono state rinvenute numerose tracce della loro permanenza sul territorio. Successivamente dopo la seconda guerra punica la città fu conquistata definitivamente dai romani ma tale evento ne segnò la progressiva decadenza. Tra i suoi uomini più celebri le fonti storiche indicano l'astronomo Filippo di Medma, amico di Platone. La storia di queste scoperte è possibile leggerla nella prima pubblicazione sull'antica città realizzata a due mani da Salvatore Settis e Maurizio Paoletti “Medma ed il suo territorio”. Ma della sua storia hanno scritto anche gli studiosi locali Enzo Muratore “Medma e i Greci in occidente”; Ugo Verzì borghese nei bollettini del Centro studi Medmei e Giuseppe Lacquaniti in una recente pubblicazione.(g.m.) |
ASPROMONTE, I TESORI INESPLORATI
Ma con gli scavi di Castellace e Mella di Oppido i misteri cominciano a diminuire
Il viaggio che abbiamo intrapreso nell'archeologia della Piana, partito dal promontorio di Tauriana e proseguito per la spiaggia di Metauros e le colline di Medma, si chiude con l'arco naturale dell'entroterra che, alle spalle, presenta le alture che vanno dalle Serre all'Aspromonte. Un territorio che, purtroppo, dal punto di vista archeologico, rappresenta ancora un mondo misterioso e inesplorato dominato da leggende. Solo a tratti affiorano dai campi di ulivi o dai boschi le testimonianze di città senza nome che la storia antica ha ignorato e la ricerca moderna dimenticato.
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Gli scavi del centro italico sul pianoro di Mella |
Unica eccezione quel pianoro di Mella, conosciuto per la grande tragedia che si consumò col terremoto del 1783 che distrusse la città fortificata. Qui si celava un altro centro urbano, ben più antico di origine Italica, recentemente al centro dell'attenzione dell'archeologia ufficiale per via dell'eccezionale mostra che riassume le testimonianze della popolazione dei Taureani. Questa che occupò il territorio, facendo da baluardo, prima con i Greci di Metauros da una parte e di Reggio dall'altra, e poi con i Romani. Tanto che, secondo alcune ipotesi, potrebbe essere stata anche la sede dell'ultima resistenza di Spartaco che cercava di sfuggire ai Romani. Ma procediamo per ordine. Gli affioramenti archeologici nella Piana sono stati spesso salvati da appassionati locali. A Cinquefrondi, l'opera di Pasquale Creazzo è stata di importanza rilevante ed oggi i materiali sono raccolti, donati dalla famiglia, al museo di Polistena dove l'attività di Giovanni Russo, che lo dirige, ha accumulato circa 15 vetrine di materiale proveniente anche da Polistena dove sono emerse le testimonianze protostoriche, ellenistiche e romane anche se nessuna fonte indica l'esistenza di centri antichi. Si attende ora che venga sistemato il palazzo che dovrà accogliere le istituzioni museali locali, per valorizzare il materiale.
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Cuspide protostorica rinvenuta a Polistena in contr. S. Giovanni. |
«L'obiettivo è quello di dare prima a noi e poi ad un futuro pubblico di turisti il quadro di un territorio archeologicamente inedito», ci ha detto Giovanni Russo che in quasi 30 anni ha acquisito un grande patrimonio d'arte. Poi viene San Giorgio, dove la tradizione indicava la localizzazione della mitica Altano. In località S. Eusebio la presenza di monumentali bastioni, che da qualche hanno si trovano nel mirino della Soprintendenza, sono al centro di campagne di scavo. Ma i misteri dell'archeologia dell'Aspromonte cominciano a vacillare con lo scavo dei siti di Castellace, Mella, Palazzi di Oppido Mamertina e con l'individuazione e lo scavo di Serra di Tavola a Sant'Eufemia d'Aspromonte. La fruttuosa collaborazione di ricerca tra i giovani guidati di uno studioso americano, Paolo Visonà, la Soprintendenza di Reggio Calabria con la dottoressa Rossella Agostino e le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi vent'anni a Oppido, da quella guidata da Mittica, a quella di Paolo Fulco, dalle più recenti di Barillaro, Antonio Freno e, da circa un anno, dal sindaco Giuseppe Rugolo, ha aperto un'importante finestra nel buio che caratterizzava la storia antica dell'Aspromonte. Allora si comincia ad intravedere il senso della breve citazione del geografo Strabone che indicava la metropoli dei Brettii nella “Sila” a 26 stadi da Reggio Calabria. Da dove proviene la pece Bruzia, la migliore del mondo antico. Non deve meravigliare la denominazione di “Sila” considerato che da qui è partito quel nome Italia la cui derivazione viene indicata dagli studiosi come legata agli Itali, popolo che adorava il vitello,che poi si estese alla Penisola. Una popolazione, quindi, di ceppo italico quella scoperta sul pianoro di Mella, dove è stato localizzato il reticolo di un'antica città segnata da distruzioni violente, con i mattoni che portano il timbro dei Tauriani. Tutta l'aria che va da Varapodio, da dove proviene la celebre coppa vitrea di età ellenistica, oggi in mostra nel museo nazionale di Reggio, alla frazione Castellace di Oppido Mamertina dove i siti di Torre Cillea e di Ferrata hanno finalmente rivelato, senza possibilità di equivoci, la presenza di un abitato greco oltre che i resti di una interessante necropoli di età protostorica con corredi funebri di una classe guerriera sconosciuta. Ma il punto cruciale è rappresentato dall'ipotesi di Oppido-Mamerto, un nome legato ad una vicenda, quella dei Mamertini, che ha segnato la storia romana nel Bruzio, allorquando si resero protagonisti di vere e proprie repressioni che incrinarono anche il rapporto tra le popolazioni locali e Roma a cavallo delle guerre puniche. Ma il turismo non ha ancora scoperto l'archeologia dell'Aspromonte. «Sulla necessità di valorizzazione dell'intero patrimonio archeologico dell'area aspromontana e preaspromontana la Comunità montana di Delianuova si è impegnata sostenendo, per quanto era nella sue forze, la ricerca», ci ha dichiarato Antonio Alvaro Presidente della Comunità. «Siamo consapevoli che la valorizzazione del patrimonio archeologico, venuto nel corso degli anni alla luce in questo territorio, può costituire un'importante prospettiva di rilancio non solo per le coltivazioni esistenti sul territorio ad elevata tipicità, ma anche per tutte quelle risorse di carattere agrituristico delle vallate ricoperte di ulivi e percorse da interessanti corsi d'acqua che presentano ancora bellezze ignorate. La capacità di innescare flussi turistici in quest'area rappresenterebbe, infatti, una vera e propria leva per tradurre in realtà quello che per adesso rappresenta il tema di molti progetti avviati e cioè lo sviluppo dal basso e la valorizzazioni di antichi saperi che producono occupazione ma che vanno scomparendo non avendo mercato». «Abbiamo avviato interessanti collaborazioni con la Sovrintendenza che hanno portato ad importanti scoperte a Delianuova - ha concluso Antonio Alvaro - ma siamo intenzionati ad intraprendere un'opera di valorizzazione e di ricerca anche sui numerosi castelli che sorgevano nei centri della nostra comunità Montana».
GIUSEPPE MAZZU’
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MAMERTO ROCCAFORTE DEI TAURIANI FORSE ULTIMO”RIFUGIO” DI SPARTACO
Il territorio di Oppido Mamerto in cui il geografo Strabone colloca la capitale dei Bretti Mamerto (gli studiosi di archeologia solo in questi ultimi anni tendono ad accettarne la identificazione), rappresenta simbolicamente la situazione antica dell'intero territorio della Piana. Non si hanno notizie precise, né sulla storia, né sui nomi dei molti siti archeologici affiorati nelle ricerche degli ultimi anni condotte dalla Soprintendenza di Reggio e sui quali la dottoressa Elena Lattanzi ha puntato intuendo la grande importanza di un'area lontana dall'invasione edilizia. Ma vi sono testimonianze che vanno dall'età del ferro (affiorate in località Chiese Carcate di Tresilico), alle sepolture di età protostorica di Castellace e dell'abitato di età greca affiorato a Torre Cillea di Castellace. Quest'ultima è la stessa area dalla quale proveniva una lamina con una dedica ad Apollo Recinon ritenuta il segno dell'influenza della Reggio Calcidese fino al limite della Piana. Poi le eccezionali scoperte del pianoro di Mella, dove i resti di un abitato Italico convive con i maestosi resti della città settecentesca distrutta dal terremoto del 1783. Per completare lo scenario, le ricerche hanno individuato in località Palazzo una struttura fortificata che rappresenta un esempio unico di una postazione militare su una posizione elevata sulla Piana da una parte e sul litorale ionico dall'altra. Una struttura che s'inserisce con coerenza in un vero e proprio sistema difensivo che le popolazioni italiche avevano organizzato sui contrafforti dell'Aspromonte a sentinella non solo della sicurezza delle vie di comunicazione ma anche per la sicurezza dello stesso sito fortificato di Mella. Oltre a quella di Palazzo ne è stata scoperta un'altra in località Serro di Tavola a Sant'Eufemia. Per il momento le testimonianze affiorate a Mella parlano di un centro abitato esistente alla fine del IV sec. a.C. e che presenta tracce di distruzione violenta nel I sec. a.C.. In questo intervallo si racchiude il fiorire ed il declino della popolazione dei Tauriani che abitavano il territorio dall'Aspromonte alla marina. (g.m.)
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Ringraziamo il Dr. Giuseppe Mazzu' per la sua preziosa collaborazione.
A CURA DELLA SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA DELLA CALABRIA
RESTAURO CONSERVATIVO SUL TEMPIO DI TAURIANA
Un importante progetto di restauro conservativo è stato avviato dalla Soprintendenza archeologica della Calabria sulla massiccia costruzione di età romano-italica che sorge sul terrazzo che sovrasta la costa di Pietre Nere in territorio di Palmi, sul sito che presenta una continuità di vita, dall'età del bronzo all'età bizantino-medievale, dove sorse, fiorì e concluse la sua parabola l'antica città di Tauriana. L'intervento della Soprintendenza costituisce un nuovo passo in avanti sulla strada, da anni intrapresa, di tutela, scoperta e valorizzazione del patrimonio archeologico palmese, ma che poggia le basi sulla ricerca e sulla definizione dell'identità di una popolazione, quella dei Taureani, che tra il mare e l'Aspromonte da Tauriana ad Oppido Mamertina ha rappresentato un vero e proprio baluardo, quasi uno “stato cuscinetto”, con il quale tanto i greci quanto i romani hanno dovuto fare i conti. La costruzione, massiccia nella sua monumentalità, per secoli è stata sede di leggende e ha sollecitato l'immaginario collettivo, specialmente dei contadini della zona che ne facevano la sede di favolosi tesori e leggendari sovrani. Qui, infatti, la fantasia popolare aveva localizzato la dimora della mitica regina Donna Canfora, rapita dai turchi nel periodo delle incursioni, che aveva preferito lanciarsi il mare piuttosto che cedere alla violenza dei rapitori. Leggenda che trova un riflesso nella storia dei giganti che, nelle principali feste cittadine, danzano al suono di tamburi per la gioia di grandi e piccini, accompagnati da un cavalluccio, perpetuando la storia che vede protagonisti la bella Mata e il prestante principe Grifone.
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IL PIANORO DI TAURIANA | Ma da alcuni anni a questa parte sul pianoro le leggende incominciavano a vacillare, avanzava infatti a grandi passi la storia con gli scavi che prima la Soprintendenza ha avviato da almeno un decennio e che, adesso, con l'intervento di ricercatori delle università di Tor Vergata e di Matera e con la Scuola archeologica della città della Basilicata, ha trovato sempre più concretezza. E così anche per il mitico palazzo delle leggende si è prospettata la sua vera funzione, quella cioè di un raro esempio di basamento di tempio italico-romano, parte di un complesso più ampio di cui rimangono ancora le mura attorno. A confermare tali tesi le ultime importanti scoperte di reperti bronzei relativi a tale funzione che sono stati rinvenuti nell'ultima campagna di scavo, oggi sottoposti ad intervento di restauro. Come è nato il progetto di restauro del monumentale fabbricato del pianoro di Taureana, dove insistono le rovine della città italico-romana che la tradizione vuole distrutta attorno al mille dopo Cristo? La domanda l'abbiamo rivolta alla dottoressa Rossella Agostino, responsabile della Soprintendenza per il territorio, che da anni segue la ricerca su Taureana. «A indurre la Soprintendenza a compiere questo impegnativo progetto di restauro è stata la considerazione che siamo di fronte ad uno dei pochissimi, se non l'unico, dei monumenti “a vista”, significativo del patrimonio archeologico di Palmi. Ma si tratta anche – rimarca Agostino – di uno dei pochissimi esempi in Italia Meridionale, unico in Calabria, di edificio a carattere religioso di tipo italico-romano su alto podio». I primi due motivi per cui era fondamentale che la Soprintendenza archeologica, ente preposto alla tutela del patrimonio, intervenisse utilizzando uno dei finanziamenti ministeriali ricevuto per l'attività di restauro. Il primo intervento di restauro è su un edificio che ha subito ripetuti interventi clandestini fin dall'inizio del '900 fino ai giorni nostri. L'intervento prevede un primo intervento di pulitura da erbe, radici, infestanti e poi un consolidamento delle murature in più punti della struttura onde bloccare il processo di degrado, che è molto avanzato. Consolidamento, restauro delle lesioni, reperimento materiale (malte speciali): insomma, i lavori dureranno circa due mesi. Si tratta di un restauro di tipo conservativo, in linea con la politica che la Soprintendenza sta attuanto in questo territorio; non solo attività di scavo, ma anche iniziative per la fruizione e comprensione del monumento. La struttura che altro non è che il basamento di un tempio, misura 20 metri, sul lato lungo, 11 su quello breve, si innalza di circa 2 metri dal terreno ed è costruita in mattoni, pietre e malta di grande consistenza. Inoltre, è circondata da una cinta muraria a ferro di cavallo che circonda l'area su tre lati, al centro dei quali è posto il tempio. Si tratta di edifici collegati alla struttura religiosa, che sono stati definiti nel corso delle recenti ricerche che vedono impegnati i ricercatori di due università, quelli di Tor Vergata e la Scuola archeologica di Matera. «L'intervento – conclude Rossella Agostino – è un passo importante poiché rappresenta solo l'avvio di un intervento destinato alla valorizzazione e conservazione di quest'importante monumento». Intanto, a realizzare tale intervento è impegnato uno dei più validi restauratori in campo nazionale di monumenti d'età romana: il prof. Parviz Redjali, di origini iraniane ma cittadino italiano da lunga data, autore di interventi di restauro sia in Calabria per i monumenti romani di Curinga, Capo Colonna e della Roccelletta, nonché di importanti siti nazionali. «Si tratta di un intervento che presenta una certa complessità» ci ha dichiarato il restauratore, «sia per le caratteristiche della struttura, sia per lo stato di degrado progressivo che l'attacco dell'uomo, ma anche della natura e delle intemperie, hanno pesantemente compiuto. Nelle strutture, infatti, sono penetrate radici di alberi e d'ulivo, mentre la vegetazione le aveva completamente inglobate. Oggi il primo intervento sarà quello di bloccare l'attacco della vegetazione e di riparare i danni con l'impiego di malte speciali che si armonizzino con quelle originali». Un lavoro che l'esperto iraniano va eseguendo con continue prove di compatibilità. «Ma ancora siamo all'inizio. Questo primo intervento – chiarisce Redjali – richiederà oltre due mesi di lavoro».
GIUSEPPE MAZZU’
Area archeologica di Tauriana la Provincia assicura finanziamenti
E grazie all'8 per mille si continuerà a lavorare sul complesso bizantino di San Fantino
«Palmi è una città che ha beni culturali di grande interesse ed ha una vita culturale molto intensa». Lo ha affermato nei giorni scorsi l'assessore provinciale Angelo La Rosa che ha trascorso un intero pomeriggio nella città della Piana, prima effettuando una visita sui luoghi dell'antica Taureana , accompagnato dalla responsabile del territorio per la Soprintendenza archeologica Rossella Agostino e dall'assessore comunale all'archeologia Domenico Abbia; poi recandosi alla Casa della cultura e infine partecipando ad un evento culturale della Fidapa nel corso del quale è stata presentata una pubblicazione su Francesco Cilea, opera dello studioso palmese Domenico Ferraro. E, dopo aver toccato con mano la consistenza del patrimonio archeologico palmese, l'assessore La Rosa ha avuto parole di apprezzamento, ma anche di impegno nell'ambito dell'attività rivolta al territorio della provincia che conta diverse realtà di grande importanza.
L'assessore La Rosa, che non conosceva il terrazzo sul quale negli ultimi quattro anni sono affiorati sotto i picconi degli archeologi della scuola di Matera pregevoli resti di varie epoche, è rimasto favorevolmente impressionato e ha voluto conoscere i particolari di questo progetto che sta riportando per la prima volta alla luce insediamenti delle età del bronzo, italica, romana e bizantina. La dottoressa Agostino ha potuto illustrare l'insieme degli insediamenti che stanno venendo alla luce e che si annunciano come uno dei più interessanti giacimenti di beni culturali, importanti per riscrivere la storia del territorio ma anche ai fini delle sviluppo di prospettive economiche, come vere e proprie risorse.
L'assessore Abbia non ha mancato di esprimere l'apprezzamento per quanti si stanno adoperando per la valorizzazione del territorio, come la Soprintendenza, ma ha anche sottolineato la necessità di reperire nuove risorse per procedere sulla strada intrapresa della creazione del Parco archeologico, verso cui l'Amministrazione è indirizzata avviando le procedure per l'esproprio della zona dove ricadono gli attuali scavi.
Da parte sua l'assessore provinciale La Rosa ha assunto l'impegno per contribuire, con la concessione di finanziamenti, alla valorizzazione di questi beni di cui il territorio si sta mostrando ricco.
Ma quanto interessante sia il terrazzo dell'antica Tauriana lo conferma l'altro giacimento che si trova al centro di importanti scavi che proprio in questi mesi stanno per partire. Si tratta dell'area sulla quale insiste il complesso paleocristiano di San Fantino, con la cripta di età bizantina e le strutture di epoche successive che stanno dando nuova dimensione ad un complesso religioso di cui non si era mai accertata la consistenza e la durata nel tempo. Si tratta di un progetto che ha fruito di un finanziamento nazionale, attraverso l'utilizzazione dei fondi dell'8 per mille, con la partecipazione del Comune di Palmi e della Soprintendenza alle antichità della Calabria. La campagna sarà condotta dalla dottoressa Francesca Zagari dell'Istituto di archeologia medievale dell'Università La Sapienza di Roma, diretta dalla dottoressa Letizia Ermini Pani in collaborazione con la dottoressa Rossella Agostino della Soprintendenza di Reggio Calabria.
Si tratta quindi di uno scenario alquanto complesso, per il quale l'interesse della Soprintendenza, ha avuto una spinta decisiva 10 anni or sono, dopo che il sito si è rivelato ricco di scoperte di grande importanza sulla popolazione dei Taureani, popolo di ceppo italico che, insediatosi a Sud del Petrace, ha occupato una fascia di territorio che dalla costa va fino all'Aspromonte, dove una roccaforte brettia, Mamerto, sta venendo alla luce nel territorio di Oppido Mamertina, in località Mella. Un fronte d'indagine che, negli ultimi tempi, si è allargato anche al territorio di Castellace, frazione di Oppido.
Intanto a Tauriana non solo sono venute alla luce le testimonianze degli abitati di epoca italica e romana, ma finalmente è stato decifrato il mistero della massiccia costruzione presente sul pianoro: è la base di un tempio di tipo etrusco italico di cui nel Sud Italia non esistono altri esempi. Gli scavi intanto hanno dato ragione agli studiosi che, nei pressi, hanno scoperto anche oggetti che servivano ai sacerdoti per officiare le funzioni. La speranza, adesso, è che venga recuperato il tempo perso pervenendo all'approvazione della convenzione con la Soprintendenza archeologica per dare vita da una parte a rapporti sinergici che possano sgombrare il pericolo del trasferimento del materiale archeologico scavato da Palmi, dall'altra per realizzare a Palmi sia il Parco archeologico che un museo.
GIUSEPPE MAZZU’
OPPIDO MAMERTINA
NEL CORSO DELLA CAMPAGNA DI SCAVI ARCHEOLOGICI
A TORRE CILLEA DI CASTELLACE FORSE I RESTI DI UN SANTUARIO
Il positivo bilancio della seconda campagna di scavi archeologici in località Torre Cillea di Castellace è stato illustrato nel corso di una conferenza stampa, tenutasi nel Palazzo comunale di Oppido Mamertina. A illustrare la campagna è stata la direttrice dello scavo Marilena Sica, docente della Scuola di archeologia dell'Università di Matera, affiancata dal sindaco avv. Giuseppe Rugolo, dal direttore archeologo della Soprintendenza di Reggio Calabria Rossella Agostino e dal folto gruppo di studenti e specializzandi di diverse università italiane e calabresi che hanno partecipato allo scavo e ai laboratori. Il territorio di Castellace, che nel tempo ha fornito reperti di varia epoca dall'età del bronzo, a quella del ferro, dal periodo greco a quello italico, si sta rivelando uno dei punti più interessanti dal punto di vista scientifico per una serie di aspetti dai contorni misteriosi che lo caratterizzano per la mancanza di fonti sul nome antico, ma anche per l'enigmatica presenza di una lamina, con un'iscrizione dedicatoria a Eracle reggino, che fa ipotizzare la presenza di un santuario mai localizzato.
Dopo aver ringraziato l'amministrazione comunale, la scuola elementare che ha ospitato i ricercatori, la Soprintendenza archeologica della Calabria e i giovani che hanno affrontato un impegno notevole per la complessità dello scavo e la particolare durezza del terreno, la dott.ssa Sica ha presentato un quadro generale dell'area, illustrando i dati dello scavo di quest'anno. «Sulla piccola altura di Torre Cillea – ha riferito l'archeologa – sono stati individuati i resti di un edificio con un cortile interno di sei metri per sette su cui si affacciavano una serie di ambienti di servizio dove si svolgeva la vita quotidiana. Lo scavo ha portato al recupero di materiali costituiti da vasi, infissi nel terreno, ridotti in frammenti ma ricostruibili. All'interno del cortile sono state individuate zone di bruciato con crolli di pareti in mattoni crudi, dove sono stati prelevati campioni di residui delle sostanze contenute nei vasi, probabilmente derrate alimentari, che saranno sottoposti ad analisi. All'interno dello spazio del crollo della parete sono stati recuperati i pezzi frammentati di un modellino fittile di edificio, forse un tempietto destinato a culti domestici, oltre che pesi da telaio. Il materiale, comunque, si colloca entro la metà del terzo secolo avanti Cristo, quando avviene la distruzione, in un contesto italico».
Interessante si è rivelato, poi, un altro saggio a poca distanza dal primo, che ha localizzato abbondanti scarichi di materiale di ceramica che va dal VI secolo fino al terzo secolo avanti Cristo, di chiara fattura greca, misto a materiale d'imitazione, prodotto in loco ma di tipo greco. Illustrate inoltre le metodologie seguite che vanno dallo scavo all'attività di registrazione, laboratorio disegno, e primo restauro. Il sindaco Giuseppe Rugolo, da parte sua, ha ringraziato gli archeologici, l'Università di Matera e la Soprintendenza per l'impegno, mettendo in rilievo l'esigenza di proseguire le indagini archeologiche che, unitamente a quelle sul pianoro di Mella, costituiscono una risorsa importante per l'intero territorio. «Si tratta di una vera e propria scelta strategica che l'Amministrazione comunale ha affiancato con progetti culturali, opere pubbliche e sociali – ha proseguito il sindaco – con il disegno complessivo di procedere alla formazione dei giovani con l'istituzione di un servizio civile per i beni culturali e museali che vede coinvolti 12 volontari che daranno vita ad uno sportello informativo». Il primo cittadino ha poi annunciato un'importante conferenza per il prossimo autunno, in occasione dell'inaugurazione del primo lotto del parco archeologico di Mella, composto da sei ettari già acquisiti, mentre è stata avviata la procedura di esproprio per la parte medievale. Complessivamente sono impiegati finanziamenti pari a 1.100.000 euro per il primo lotto e oltre 2 milioni di euro per la parte medievale attorno al castello. L'avv. Rugolo ha ricordato, infine, che è in fase di allestimento il museo archeologico di Palazzo Grillo. La dott.ssa Rossella Agostino, dopo aver ricordato l'impegno sul territorio da parte della Soprintendenza, ha richiamato l'importanza del sito di Castellace non solo per il valore scientifico, ma soprattutto perché essa è oggi un vero percorso di ricerca e valorizzazione, in un territorio che presenta realtà insediative che vanno dai siti italici di Mella, all'area fortificata di Palazzo e oggi al complesso insediamento di Castellace.
GIUSEPPE MAZZU’
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