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Alla cappella S. Anna di Polistena , antichissimo tempio, urgono lavori


  La storia non va cancellata


    

CHIESA DELLA SS. TRINITA' (a sinistra) e CAPPELLA DI S. ANNA                                                                                                                                

Si presume sia stata una grotta eremitica basiliana, ma certamente è l'edificio più antico di Polistena, in quanto rimase illeso durante il terremoto del 5 Febbraio del 1783 che provocò la morte di 2261 abitanti. Ci riferiamo alla cappella di S. Anna, della quale nella visita del vescovo di Mileto nel novembre 1586 si fa cenno. L'edificio che sorge lungo la scalinata sottostante il piazzale del santuario della SS. Trinità, oggi necessita di urgentissimi lavori di restauro e volti anche ad eliminare la continua infiltrazione di acqua piovana.                             

     

         INTERNO CAPPELLA DI S. ANNA

Da un documento inedito risulta come la cappella nel 1728 era ormai quasi del tutto abbandonata. Solo in quella data, da D. Giovanni Domenico Milano, marchese di S. Giorgio e Polistena, venne attribuito il titolo di cappella di S. Anna, dopo averla restaurata e fatta benedire il 29 giugno 1728 dall'abbate D. Michele Rodinò. Il 24 dicembre 1810 si provvide alla riapertura e benedizione della cappella. Nel 1921 Ignazio Martino fu Cosimo, residente a Polistena dal 1908, devotissimo della madre di Maria Santissima, ordinò a Milano la statua di S. Anna che il 26 luglio venne benedetta. Lo stesso rimodernò la cappella provvedendo a restituirla al culto nel 1926 e ripristinando la festa annuale. In seguito a prendersi cura della cappella provvide il nipote, Francesco Martino. A questi si devono i lavori di impermeabilizzazione della volta e gli intonaci esterni ed interni, eseguiti nel 1958. Nello stesso anno il Martino organizzò anche una festa in onore di S. Anna. Nel 1962, egli fece realizzare il nuovo altare. Dovendosi trasferire a Como per motivi di lavoro, Francesco Martino consegnò le chiavi all'arciprete Francesco Luzzi. Da allora la cappella rimase abbandonata e sempre più spoglia. Nel 1990, Francesco Martino, ormai in pensione, rientrò a Polistena e decise di eseguire nella cappella vari lavori. Da allora ad oggi più nulla venne fatto. Pur avendo la cappella costantemente dai devoti un quotidiano obolo ed un proprio fondo cassa, tali somme risultano certamente insufficienti per i lavori di cui necessita la struttura. Francesco Martino pur non avendo, dopo il rientro da Como, l'antico ruolo di procuratore della chiesetta, decise di dare incarico a due architetti di redigere un progetto, a sue spese che nel 1996 venne redatto e in base al quale, la ristrutturazione completa, prevedeva una spesa totale di 140 milioni di ex lire. Francesco Martino ci ha detto: «Questa cappella è rimasta nell'abbandono più assoluto da tutti e per tutto. Che si prendano subito dei provvedimenti per non farla crollare. Il progetto è un lavoro straordinario che dovrebbe essere accolto. La cappella di S. Anna ha un valore culturale per Polistena in quanto ospita le ceneri dei suoi antenati morti. Per me ha un grande valore affettivo».

ATTILIO SERGIO

   


 

Il messaggio della nuova chiesa bizantina di Seminara

 

Da qui a qualche mese sarà inaugurata a Seminara la nuova chiesa dedicata a Sant'Elia e San Filarete in corso di ultimazione.
          

Dire che è un gioiello è poco. Il visitatore come arriva in paese, subito dopo una curva, si trova davanti questo manufatto che incanta. Trattasi di un classico modello di arte sacra bizantina (sviluppo planimetrico cruciforme, con il braccio d'ingresso più lungo degli altri, e la centralità dello spazio, sottolineata dal tamburo centrale, sovrastato da un tetto conico) in cui si esprime con chiarezza la semplicità, assai raffinata, per via di alcune caratteristiche che la connotano: la dissimulazione ambientale (la chiesa è ubicata nella parte bassa del centro abitato, ad est della chiesa di rito romano di Sant'Antonio dei Pignatari, già di Santa Maria dei Miracoli, nella cui piazzetta antistante è stata posta nel 2001 una statua bronzea di Leonzio Pilato, opera dello scultore Maurizio Carnevale); la modesta dimensione dell'opera, il cui ornamento esterno è affidato ai giochi delle tegole e dei mattoni (materiali questi repertati nelle campagne circostanti) per cui si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una chiesa ben restaurata e non ad una fatta ex novo.

All'interno le pareti sono state riccamente affrescate nel classico stile bizantino con le immagini di Cristo e dei santi del periodo in riferimento. Gli affreschi sono stati eseguiti da un artista fatto venire appositamente dalla Grecia. Entrando nella chiesa si ha un bel colpo d'occhio e lo spettatore rimane incantato dalla figurazione. Forse un po? turba la vivacità dei colori (il che era inevitabile), ma il tempo, ottimo medico, provvederà a farla scomparire.

            

                 IL CRISTO DIPINTO SULLA VOLTA DELLA CHIESA

La chiesa è sorta per la lodevolissima iniziativa del dott. Santo Gioffré, il quale, tra l'altro, ha donato il terreno sul quale la chiesa è stata costruita, oltre ad un discreto spazio circostante.

Seminara così rivive un periodo aureo del suo ricco passato di storia, di cultura e di intensa vita religiosa mandando un messaggio ecumenico di amore, di concordia e di serenità alla Chiesa di Roma e a quella di Bisanzio.

Ancora oggi la Calabria presenta segni di inconfondibile radice greco-ortodossa. Afferma Padre Francesco Russo che il monachesimo greco fu importato dall'oriente ellenico nell'VIII secolo con la emigrazione dei monaci, rifugiatisi in Calabria, per sfuggire alle persecuzioni degli imperatori iconoclasti e sotto l'incalzare degli arabi, che spingevano dinnanzi a sé i monaci, man mano che avanzavano verso occidente: dalla Mesopotamia alla Siria, poi alla Palestina, all'Egitto ed alla Libia. Da qui i monaci passarono in Sicilia e successivamente in Calabria, ove iniziarono prima una vita di anacoreti (famosa è rimasta la grotta presso Melicuccà, ultima dimora di S. Elia di Reggio Calabria, detto appunto Lo Speleota) Al seguito di S. Elia vi erano i suoi discepoli Niceforo e Vitale. Al loro seguito si formarono i famosi asceti greci del X secolo: Sant'Elia di Enna, con il fedele Daniele, che operò appunto nella cosiddetta Valle delle Saline, unitamente ad altri numerosi asceti e tra essi, più tardi, San Filarete.

Nel X secolo abbiamo avuto l'immigrazione degli asceti siculo-greci, che si trasferirono in Calabria dopo la caduta di Taormina, seguendo una traiettoria sud-nord fino a localizzarsi nella nostra zona, nella famosa eparchia monastica del Mercurion.

E' interessante sottolineare, per quel che ci riguarda, che con l'avvento dei Normanni, il monachesimo cambia la sua fisionomia da anacoretico si trasforma in cenobitico. Sorgono allora i monasteri, largamente dotati dai Normanni con larghe tenute e numerose mandrie di animali. I grandi e piccoli monasteri così raggiunsero la cifra di circa 400. Nella zona aspromontana ne avremo moltissimi: S. Maria di Terreti e S. Nicola Calamizzi a Reggio; S. Giovanni Castaneto, S. Pancrazio di Scilla, S. Angelo di Valletuccio, SS. Elia e Filarete, S. Mercurio, S. Giovanni de Lauro, S. Bartolomeo di Trigonio. S. Maria di Rovito; S. Maria de Tridetti a Brancaleone, S. Leone a Bova, S. Nicola di Butramo, S. Filippo Argirò, S. Maria di Popsi, S. Nicola di Mammola, in Diocesi di Gerace-Locri, S. Giovanni Theresti a Stilo, S. Giovanni Vecchio a Bivongi in Diocesi di Squillace.

Fervente è stata l'attività culturale. Se oggi la Calabria Medievale figura nelle opere e nei manuali di storia dell'arte, lo deve soprattutto ai cimeli superstiti di arte bizantina.

I principali monasteri avevano un proprio scriptorium dove si trascrivevano i manoscritti greci. Nessuna regione d'Italia ha prodotto tanti codici greci quanti ne ha prodotti la Calabria.

Anche la produzione letteraria è esclusivamente bizantina, perché bisognerà aspettare la fine del XII secolo per avere una voce latina, che sarà quella di Gioacchino da Fiore in Val di Crati.

Opere di grande importanza , secondo Padre Russo, ci provengono dalla Innografia che ci ha dato il Kontakion di S.Nilo in onore di San Benedetto e altre poesie; una produzione poetica di notevole importanza ci viene anche da Paolo, discepolo e successore di San Nilo a Grottaferrata; quindi di San Bartolomeo di Rossano.

Altre opere importanti sono state scritte da Nicola , metropolita di Reggio nel secolo X-XI. Infine è da citare la più grande raccolta di omelie greche del Medio Evo dovuta a Teofane Cerameo, monaco del Patirion ed arcivescovo di Rossano, morto verso la metà del secolo XII.

A questi si affiancano Giovanni Italo, filosofo e teologo ed il monaco Aspasio. Ma soprattutto Barlaam di Seminara, che si affermò a Costantinopoli e poi divenne vescovo di Gerace nel 1342. Accanto a Barlaam occorre ricordare Leonzio Pilato, entrambi, assieme a Giovanni Italo, vengono ricordati tra i precursori dell'umanesimo greco in Italia, perché il primo è stato maestro di greco del Petrarca ed il secondo lo è stato del Boccaccio, il quale influì sulla Signoria di Firenze per fare istituire in questa città una cattedra di greco, di cui fu il primo titolare Leonzio Pilato.

E poiché siamo in argomento mi piace ricordare una lettera del Petrarca, diretta ad Ugo Sanseverino in cui dice che ad un giovane, che gli aveva manifestato il desiderio di andare in Grecia per studiare la lingua di Omero, consigliò di scendere in Calabria, dove lo avrebbe studiato meglio in qualcuno dei monasteri basiliani di cui il nostro territorio abbondava.

Da quanto ho detto, appare evidente come il monachesimo calabro-greco abbia dato un grande contributo alla cultura europea. E' una constatazione che noi dovremmo acquisire e divulgare, e forse la nuova chiesa, voluta dal dott. Santo Gioffré, rappresenta proprio un messaggio ed una speranza di una maggiore consapevolezza delle nostre tradizioni culturali e religiose.                                                                                              

                                                                                                                                             Giuseppe Nàccari


 

 

Il Crocifisso dei Monaci in Palmi

 

 

 

Leggendo il bel libro di Andrea Tornielli La Passione dai Vangeli al film di Mel Gibson mi è tornato prepotentemente alla mente il Crocifisso della Chiesa dei Monaci in Palmi.

Trattasi di un'opera monastica del XVII secolo e pare sia il più antico oggetto d'arte esistente a Palmi. Afferma, infatti, lo storico Giuseppe Silvestri Silva in Memorie storiche sulla città di Palmi: "La bella chiesa dei riformati, tutt'oggi esistente, volgarmente detta dei Monaci, dedicata alla Vergine SS. sotto il titolo dell'Annunziata, possiede un magnifico capolavoro che rappresenta l'immagine di Gesù Cristo in croce. Questo  -fortunatamente scampato all'ira umana e divina- è il più antico oggetto d'arte di cui Palmi si abella, ed è abbozzato così al naturale che la sua vista spezza  e infrange i cuori più duri".

Proprio così, la visione di questo Crocifisso, scolpito con cupo e tragico verismo, scuote lo spettatore e lo riporta alle immagini sconvolgenti e drammatiche del film di Mel Gibson.

Certamente l'autore di questa autentica opera d'arte è riuscito a fissare sul legno la tragedia del Golgota e gli ultimi istanti del Cristo morente, sulle cui carni gli aguzzini avevano sfogato la loro belluina crudeltà.

 

 

   PARTICOLARE DEL CROCIFISSO   E   L'ALTARE MAGGIORE DELLA CHIESA  CON IL CROCIFISSO DEI MONACI

 

A guardarlo con attenzione e fede si è quasi attratti e portati ad estraniarsi dalla realtà per rivivere con l'Uomo sulla Croce gli ultimi momenti della sua vita terrena. L'espressione del volto suscita profonda emozione; dà l'impressione che i suoi occhi socchiusi stiano per chiudersi definitivamente, nel mentre dagli aculei della corona di spine conficcati nel capo scendono gocce di sangue che segnano il volto e le sue labbra sembrano esprimere i segni dello sconforto e dell'abbandono. Due grossi chiodi lacerano le mani sanguinanti, mentre le braccia, con vistose ferite, sono leggermente arcuate verso il basso ed il tronco del corpo straziato dal dolore è inclinato a sinistra.

Sul costato destro è visibile un'ampia ferita, da cui fuoriesce liquido ematico che interessa tutto il fianco fino ad interessare il panno baroccheggiante che copre il basso ventre del Cristo. Ancora sulle cosce, sulle gambe e suoi malleoli altre copiose ferite. I piedi disuniti sono fissati al legno con due grossi chiodi, mentre nella parte sottostante sono scolpiti due angioletti, unico elemento di conforto al Cristo morente.

Lungo il corso dei secoli questo grande Crocifisso, posto al centro dell'altare maggiore, è stato sempre oggetto di venerazione e di pietà da parte di innumerevoli fedeli.

Lo storico palmese Antonio De Salvo in Ricerche storiche intorno a Palmi, Seminara e Gioia Tauro afferma che già nel secolo XVI esisteva la Chiesa e: "Nel 1537, in Palmi, frate Antonio, minore osservante e celebre panegirista, nativo di questa città e residente nel convento di Polistena, di una sua casa fece un ristretto monastero di religiosi del suo ordine, che egli fece chiamare "La Annunziata"; ed era contiguo ad una congregazione laicale che esisteva da molto tempo prima "sotto l'invocazione di S. Maria de Caravellis. Nel 1621 questo convento passò ai frati minori osservanti riformati Cappuccini".

Mi corre l'obbligo di riferire che il dotto amico Domenico Ferraro mi ha fatto sapere che il De Salvo riprese la notizia da p. Fiore, il quale espressamente cita, come fonte bibliografica, il Wadding, ove testaualmente si legge: "?..prope oppidum Palmi supradictum hoc anno frater Antoninus Palmensis Conventualis pro suis Patribus, locum aedificavit, sub invocatione sanctae Mariae de Ceratullis. Spectat ad Provinciam Calabriae et Custodian Rheginan. Ibi praesistebat domus Confraternitatis ?(Luc. Wadding: Annales Minorum seu Trium Ordinum, ad Claras  acquae (Quarocchi), Prope Florentiam, 1932). Come si può facilmente constatare -continua Ferraro- nella traduzione del Fiore l'incipit degli Annales "Prope oppidum Palmi" neppure è accennato, il frater Antoninus palmensis Conventualis" diventa "Frat'Antonio osservante", insieme ad altre imprecisioni. La verità è, anche esaminata altra pertinente bibliografia, che la chiesa dell'Annunziata, oggi del Crocifisso dei Monaci, fu fondata probabilmente sui ruderi di un antico oratorio, nei primi decenni del 1600 dai Frati Minori, com'è attestato negli Atti dell'Ordine, conservati nella sede provincializia di Catanzaro (Status Provinciae Reformatorum Septem  Martyrum Fundatae in Custodiam 1586 in Provinciam 1638.Pro Conventu Sanctissimae Annunciatione Palamarum).

 Pare che la notizia, riportata dal Wadding ed erroneamente interpretata dal Fiore, si riferisca ad altra chiesa di Sanctae Mariae de Ceratullis e non Caravellis sita in altro sito, dove ancora si conserva il toponimo: Rione Santa Maria.

Per ritornare alla sacra immagine lo spettatore viene intensamente colpito dal corpo arcuato sui piedi disuniti e con la testa fortemente abbassata in una espressione di indicibile sofferenza, resa ancora più sconvolgente dai segni del sangue che interessano quasi tutto il corpo. L'opera è stata eseguita seguendo il percorso tracciato dai testi evangelici che, ovviamente, comprendono quattro itinerari specifici. L'altro percorso seguito è quello tracciato da una delle infinite testimonianze "apocrife" che da sempre sono sbocciate intorno alle sacre pagine dei Vangeli canonici, frutto spesso della fede e della spiritualità autentica, ma anche, non di rado, della fantasia popolare.

Oggi le nostre conoscenze sono arricchite dalle visioni di una mistica agostiniana, Anna Katharina Emmerick (1774-1824) che nel suo corpo recava le stimmate della crocifissione di Cristo ai piedi ed alle mani. Le sue esperienze interiori, cristallizzate da Clemens Brentano, hanno offerto, appunto, a Gibson vari spunti narrativi che tanto richiamano il Crocifisso dei Monaci,  caro al cuore dei palmesi.

Questo Crocifisso ha colpito fin da bambino la fantasia dell'indimenticabile Don Rocco Jaria, ma non solo la fantasia. La immagine di questo Cristo sofferente ha destato in lui, con il profondissimo senso del Mistero, una grande compassione intima ed umana. Quando per Don Jaria sono arrivati i giorni del dolore e dell'incertezza, in lui assieme alla pietà è maturata anche la poesia. Egli diede alle stampe nel 1981 una Lauda drammatica sul Crocifisso dei Monaci, che è un misto di fede, di lirismo puro e di umana sofferenza partecipativa al dramma della Croce.

Sul numero di gennaio 2004 dedicai a Monsignor Jaria un articolo soffermandomi in particolare sul suo grande ed intenso amore per questo Cristo morente. Egli era solito passare intere notti a pregare davanti al sacro simulacro ed è stato in queste ore di estasi e di solitudine, scrutando il volto della sofferenza ed il soffuso dolore nelle carni martoriate, che è nata la sua bellissima e per certi versi sconvolgente Lauda Drammatica. "Ora io penso -dicevo nell'articolo- che questa bellissima composizione, sia pure ispirata, non sia frutto solo della vivace e fertile fantasia di Don Rocco. Penso anzi che egli abbia fissato sulla carta una meravigliosa avventura mistica vissuta". E ciò non deve stupire, nel corso dei secoli molte anime elette hanno goduto e sofferto di queste meravigliose esperienze, dalla Beata Angela da Foligno ad Anna Katharina Emmerick, le quali con il Cristo Crocifisso hanno vissuto momenti di comunione e di amore.

Il Crocifisso dei Monaci, nella sua statica immobilità, riesce, se contemplato in pietoso raccoglimento, a commuovere per lo strazio e la sofferenza patiti da Figlio di Dio per amore dell'uomo.

Giuseppe Nàccari

 

 


 

      ERMELINDA OLIVA

 

 

 

Ermelinda  Oliva  c i ha  da  poco  lasciati.  Se  ne  è  andata  in  punta  di piedi, con la discrezione  che  l?ha  sempre    connotata.  La    sua   morte  rappresenta   una   gravissima  perdita  per   la cultura  italiana  e       particolarmente   per   quella  calabrese.   Resta  in quanti   l?abbiamo   conosciuta    ed  ammirata   il             rimpianto, il ricordo dolente di non poterla più incontrare di persona.                                             

Nel recensire su ?La Città del Sole? di dicembre 1994 il romanzo Le torce a vento di Ermelinda Oliva facevo rilevare che conoscevo abbastanza bene ed apprezzavo molto la poetessa Oliva per il grande respiro del suo mondo poetico, per l?estrema purezza estetica e psicologica, per l?originalità della sua ispirazione, per la profondità del suo sentire, ma ignoravo un altro interessante aspetto della sua personalità.

Parlare di Ermelinda Oliva è per certi versi molto impegnativo, anche se, avendo avuto il piacere di conoscerla bene, mi trovo in una posizione di privilegio, pur non essendo un critico letterario.

Ritengo Ermelinda Oliva una delle voci più interessanti nel mondo letterario contemporaneo italiano sia per la poesia e sia per la narrativa. In questo campo, infatti, con i tre romanzi Torce a vento, Quel suo paese in alto alla collina e Il tempo della cicala ella ha conquistato un posto di tutto rispetto.

Giuseppe Fiamma su ?Confronto?, n. 3 del marzo 1998, afferma infatti: ?Nel panorama letterario calabrese e meridionale di questo secondo Novecento che si sta ormai avviando alla sua conclusione, un posto di rilievo spetta, di diritto, ad Ermelinda Oliva, poetessa e narratrice di notevole forza espressiva?.

Alla sua poesia si sono interessati autorevolissimi critici. Mi limito a fare qualche nome: Carlo Betocchi, Diego Valeri, Sergio Solmi, Antonio Piromalli.

Personalmente ritengo la poesia della Oliva originalissima ed autentica, per cui a lei va dato un posto di grande rilevanza nel panorama poetico contemporaneo, che ha tanti dilettanti di poesia, ma pochissimi poeti degni di questo nome. In questa ristretta cerchia va collocata la nostra poetessa.

Vale veramente la pena leggere le sue poesie, studiarle e, perché no?, meditarci su. E sì, perché la poesia di Ermelinda Oliva, per dirla con Domenico Zappone, parla alle stelle, alla luna, agli uccelli, agli animali, alle selve, ai mari, al caos, e sempre la sua forma espressiva ha la robustezza del diamante e quella luce cangiante che incanta.

Ho qui davanti a me gran parte della sua vasta produzione, oltre ai tre romanzi citati, le Novelle, pubblicate nel 1997, e L?indagine centrata sul mistero  del 1980, Il raggio e lo specchio del 1978, le raccolte di poesie: La conchiglia  del 1978, E dove e quando dello stesso anno, Il flauto e la notte del 1980 e Noi chiediamo cavalli del 1983.

Leggendo queste bellissime creazioni poetiche si ha l?impressione di trovarsi di fronte a una originalissima autentica voce lirica con immagini e sensazioni emotive che vanno al di là dell?estetismo di maniera.

E? quasi sempre una poesia breve, esempio:Nella rossa/conchiglia del cuore/ il sogno/ si fa perla/ quando imbruna., essenziale, dal tocco delicato, raffinato, gentile, pervasa tutta da una ricchezza spirituale che affascina. L?Oliva ha un suo mondo interiore da proporre e da comunicare attraverso una versatilità spontanea e direi quasi unica. E? una poesia ricca di risorse interiori; c?è nelle sue composizioni la sua anima e il suo modo di vedere le cose della natura, che non sono altro che il riflesso di qualcosa e di Qualcuno che è al di fuori del tempo e dello spazio.

Questo sentimento religioso che pervade tutti i suoi scritti scuote il lettore, lo fa riflettere sulla caducità delle cose umane e sul suo pellegrinaggio terreno facendogli intravedere più vasti orizzonti. Si è sospinti ad evadere da ogni campo circoncluso e a rompere ogni ?siepe? che limita il nostro sguardo, a non appagarci del finito per immetterci nell?infinito, quali cittadini del cielo.

Questa è l?atmosfera che si crea intorno a noi entrando nel mondo poetico di Ermelinda Oliva.

 

                                                                                                                                           GIUSEPPE NACCARI

 

 


CREO', FRA L'ALTRO, A POLISTENA , GLI ORFANOTROFI "S. GIUSEPPE"

  

Monsignor Giuseppe Morabito

 

 

 "Monsignor Giuseppe Morabito è rimasto nel ricordo dei miletesi, anzi dei calabresi e degli italiani, come il vescovo dei terremoti del 1905 e 1908 e l'Apostolo della Calabria". Così Vincenzo Francesco Luzzi in "I Vescovi di Mileto" ed. Pro Loco 1989- inizia il medaglione di questo grande vescovo. La definizione è dovuta al fatto che Egli giunse sui luoghi del disastro tra i primi a soccorrere materialmente ed economicamente i sopravvissuti; creò a Polistena due orfanotrofi (uno maschile ed uno femminile), un ospedale-sanatorio a Nao-Ionadi ed un ospizio per vecchi a Mileto. Girò, poi, tutta l'Italia per sollecitare i soccorsi e gli aiuti.

Ma procediamo con ordine. Nato  ad Archi il 5 giugn o 1858, Mons. Giuseppe Morabito fece i suoi primi studi nel Seminario Arcivescovile di Reggio Calabria ed alla scuola dell'erudito canonico Caprì e dello storico Antonio De Lorenzo acquistò una non comune conoscenza dei classici, che predilesse fino agli ultimi anni della sua febbrile  e molteplice attività.

La sua prima raccolta di versi e di prosa, pubblicata nel 1889 con il titolo Conforti e Speranze, fu il primo saggio della sua cultura umanistica. Nel 1893 pubblicava I sette sabati di N.S. della Consolazione e nel 1895 Il libro pei soldati; sono una sincera manifestazione del suo duplice, potente amore per la patria e la religione; mentre i numerosi discorsi, le conferenze uscite dalla sua penna e pubblicate in opuscoli e periodici, attestano la feconda versatilità del suo ingegno.

Il primo Congresso Cattolico della Calabria, tenutosi a Reggio nel 1896 fu una buona occasione per rivelare le qualità d'intelletto e di fede del giovane sacerdote, scelto come segretario di quelle riunioni. Il riconoscimento delle sue alte doti non poteva mancare; alla morte di Mons. A. De Lorenzo veniva nominato vescovo di Mileto e prendeva possesso della Diocesi il 14 settembre 1899, rinunciando ad essa il 4 luglio 1922 per gravi motivi di salute (tra l'altro era diventato completamente cieco). Si spegneva il 3.12,1923.

Intensa è stata la sua attività pastorale in uno con altre opere degne di nota: l'impianto nello stesso Episcopio di una completa tipografia e la fondazione del giornale Il Normanno; la fondazione dell'Osservatorio sismico-meteorologico nel seminario. In una zona così eminentemente sismica qual è la Calabria non doveva mancare un centro di osservazione. Dopo il terremoto del 1905 fu acquistato un primo apparecchio, il sismoscopo Cecchi, che diede ben presto ottimi risultati. Incoraggiato da questo primo successo e dalle grandi capacità del prof. Rosario Labozzetta (successivamente chiamato a dirigere l'Osservatorio del Vaticano), Morabito acquistò i tromometrografi giapponesi.

L'osservatorio di Mileto ben presto attirò l'attenzione dei dotti, che vennero a Mileto: Omori, Alfano, Mercalli, Palazzo, Cora, Baratta, Guzzanti, solo per citare i più rinomati.

Mons. Morabito fu anche un lirico, un poeta; aveva l'animo di commuoversi, di commuovere; sapeva cogliere le intime voci della natura, sapeva scrutare i recessi dell'anima, e manifestare questi suoi sentimenti nel vario giro dell'endecasillabo o nella rapida sveltezza del quinario, sapeva percepire la vera armonia e trasfonderla nella sua strofa.

Francesco Acri nel 1895 scrisse a Morabito: "Anch'io ho la mente in quell'argomento della più bella delle sue poesie, cioè a quella tal Corona di fiori semprevivi! Oh le sue poesie quanto alla sostanza poetica sono tutte belle. Più quella che ora ho detto, e poi quella a Maria. C'è vita, c'è sentimento. Ella par che si accosti a quel che dice l'Abate Fornari, che avanti la colpa ogni naturale cosa ne significava all'uomo un'altra sovrannaturale. E questa è la metafora vera".

Mons. Morabito ha avuto il privilegio di chiudere la seconda Adunanza generale del XVIII Congresso Cattolico Nazionale, tenutosi a Taranto dal 2 al 6 settembre. Al rientro, sul treno che lo riportava in Diocesi, rimase particolarmente colpito da una macchia di pini, che si sviluppava lungo la litoranea, le cui impressioni fissò nella poesia Un canto ad una macchia di pini fra Chiatona e Ginosa presso Taranto.

Questa poesia, per quello che ci è dato cogliere, ci offre la chiave di accesso nel contenuto: da una parte i poveri pini "trapiantati qui?..a formare una selva intisichiti", dall'altra " i mesti figli (che) oltre gli oceani migrano". Erano gli anni terribili della miseria più nera che costringeva tanti nostri connazionali a prendere "?.i bastimenti pe terre assai luntane?". Si precisa quindi nel suo contenuto il saggio poetico nel parallelismo tra i pini trapiantati dagli appennini sulla costa ionica dagli appennini ed i nostri connazionali trapiantati nelle Americhe.

Il poeta si muove entro uno schema tipico dei poeti del Novecento in Calabria, a cominciare da Giuseppe casalinuovo, che è stato il massimo esponente del mondo pascoliano e che doveva sedurre tutti i nostri grandi di quel periodo. Morabito avvertì anch'egli il fascino del Pascoli, creatore di un tipo di discorso petico e di linguaggio che è più libero e nuovo nella lirica italiana del Novecento.

In una poesia, edita postuma da nipote omonimo, Morabito affermava:E' vero poeta un cuore ardente/ che commuovesi repente/ di ogni infortunio,/ che vorrebbe ogni beato/ ed esulta elettrizzato/ se asciuga una lacrima.

Mons. Morabito è stato altresì un oratore assolutamente eccezionale. Ricordo quanto il mio papà, che non perdeva mai una sua predica in Cattedrale, mi diceva a riguardo: aveva una eloquenza spigliata, facile, comprensibile a tutti, capace di incantare le folle. Le sue predicazioni erano accolte con grande interesse e le navate delle chiese di tutta Italia si riempivano di gente, avida di ascoltarlo. Dopo il terremoto del 1905 andò in molte città italiane (Roma, Genova, Napoli, Milano, Bologna, ecc.) per stimolare, con le prediche, la nobile gara di solidarietà per le popolazioni colpite dal flagello.

Mons. Morabito rimane nella storia plurisecolare della Diocesi di Mileto uno dei più grandi vescovi.

                                                                                                                                                 Giuseppe Nàccari

 


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